“Italiani, popolo di santi, poeti e navigatori“, mettendo da parte le polemiche sulla paternità della frase, che in questo contesto ha importanza zero, usiamo come pretesto questo incipit per aggiungere una categoria in più: “Italiani, popolo di santi, poeti, navigatori e calciatori“. Perchè se è vero che l’Italia è da sempre esportatrice di cultura, nelle sue più svariate forme, da quella cristiana, a quella letteraria, passando per quella tecno-scientifica, anche calcisticamente parlando, il retaggio italiano è uno fra i più blasonati al mondo.

Per quanto se ne possa discutere, con buona pace dei puristi delle definizioni, anche quella sportiva è una forma di cultura. I gol più belli, quelli calcolati al secondo e al millimetro, studiando la posizione del difensore, l’effetto da imprimere alla palla e la distanza dal portiere, non sono forse frutto del prodigio dell’ingegno umano? Il racconto di un’impresa sportiva, tramandata a voce di generazione in generazione, attraverso testi scritti o con immagini e video, non resta impressa nella storia di un popolo come un capolavoro letterario o un’opera d’arte? Il calcio è veicolo di messaggi e valori, nonchè specchio della società, proprio come la cultura.

E se è vero che l’Italia avrebbe tanto da insegnare in quanto blasone e cultura calcistica, forse è anche vero che in Italia “non siamo in grado di insegnare niente“. Prendiamo in prestito le parole utilizzare da Lele Adani per descrivere quanto successo durante Cagliari-Juventus. Nel 2019, il calcio italiano ha ancora a che fare con il razzismo. Moise Kean e Blaise Matuidi sono stati beccati, per buona parte della partita, da una piccola parte (fortunatamente) del pubblico della Sardegna Arena a causa del colore della loro pelle. Fischi, cori razzisti, fastidiosi ululati finiti sulle prime pagine di tutti i giornali, al centro delle cronache sportive di siti web, radio e tv: il razzismo oscura, ancora una volta, il risultato del campo che, per la cronaca è stato di 0-2 in favore della Juventus.

Purtroppo l’ultimo di una lunga serie di episodi che qualcuno continua ancora a giustificare. Bonucci nel post gara ha dato una parte della colpa all’esultanza di Kean, andato quasi a sfidare quella parte di pubblico che lo aveva preso di mira dopo il gol dello 0-2, finendo solo per peggiorare la situazione. Senza voler addossare alcuna colpa a Bonucci, che ha cercato solo di gettare acqua sul fuoco, il comportamento dei tifosi del Cagliari (così come quello di qualsiasi frangia razzista di ogni tifoseria di Serie A) non può essere giustificato. L’esultanza di Kean è stata provocatoria? Vero, nonostante non ci siano stati gesti in grado di far gridare allo scandalo. Kean si merita i fischi degli avversari? Certamente, a patto che siano circoscritti al calcio e ad un sano e sportivo trash talking. Insultare un ragazzo di 19 anni, prima ancora che un calciatore, unicamente per il colore della pelle è un atteggiamento privo di senso, ancor prima che qualcosa di disgustoso.

Fischiate un giocatore per un gol segnato, per l’esultanza polemica, perchè vi sta antipatico o perchè indossa la maglia di una squadra rivale. Ma non per il colore della sua pelle. Per gli episodi razzisti che hanno preso di mira Koulibaly durante Inter-Napoli dello scorso dicembre, la Serie A nelle ultime ore ha bocciato il progetto del Boxing Day, il calcio natalizio in stile Premier League. Ennesimo passo indietro nella strada verso il progresso sportivo. E non bastano qualche condanna, lo stop di 2 o 3 gare, un hashtag e un comunicato stampa a risolvere una questione che in futuro continuerà a ripetersi poichè ben radicata nel modo di pensare delle persone. Ogni volta che dagli spalti si alza un buu razzista, nel silenzio omertoso del resto dello stadio, l’Italia ripiomba nel Medioevo non solo calcistico, ma anche culturale. Possiamo fare tanto anche attraverso lo sport, ma alla fine non riusciamo mai a fare nulla. Forse è vero che “non siamo in grado di insegnare niente” e che il calcio non è cultura. Almeno in Italia, non lo è.

