Novak Djokovic, la fragilità del n°1: “ho pianto per 3 giorni dopo l’operazione. Ero vuoto, vi racconto il mio calvario”

Novak Djokovic ha messo a nudo le sue emozioni, raccontando quello che ha provato dopo l’infortunio e durante la sua riabilitazione dopo l’operazione al gomito

Gli ultimi mesi della carriera di Novak Djokovic sono stati pieni di punti di domanda. Poca confidenza con le vittorie, tanti punti persi per strada e un infortunio al gomito che non gli dava tregua. Il tutto avvenuto dopo aver vinto il Roland Garros, l’ultimo Slam che gli mancava in bacheca. Sembrava che da quel giorno, la carriera di Novak Djokovic si fosse inabissata verso una caduta libera con destinazione l’oblio. Djokovic al ritiro ci avrà anche pensato, salvo poi riprendere in mano la sua carriera. La decisione di operarsi al gomito è stata una delle più sagge. Successivamente una lunga riabilitazione lo ha consegnato come nuovo al mondo del tennis: tornato vincere due Slam, Wimbledon e US Open, nonché in vetta al ranking mondiale maschile. Sorridente, vincente e in fiducia come non lo si vedeva da tempo.

Intervistato dal ‘Telegraph’, Novak Djokovic ha messo a nudo le sue emozioni, svelando cosa ha provato durante il calvario dei mesi scorsi, durante l’infortunio, l’operazione e il periodo della riabilizatione: “ho pianto per due tre giorni. Ho pianto dopo l’intervento al gomito. Tutte le volte in cui pensavo a ciò che avevo fatto, mi sentivo come se avessi fallito. Avevo provato ad evitare di finire su quel tavolo perchè non sono un fan delle operazioni chirurgiche. Cerco sempre di essere più naturale possibile, e credo che i nostri corpi siano dei meccanismi autosussistenti. Non volevo neanche mettermi nella situazione di dovermi sottoporre ad un altro intervento. Ma penso fosse una mossa che dovevo fare. Non ero pronto a prendermi altri sei o dodici mesi. Sentivo il bisogno di tornare in campo e questo era il compromesso. A quei tempi provavo diverse emozioni. Dubitavo. Ero anche un po’ spaventato perchè non sapevo se avrei recuperato del tutto. Perchè non sai mai come il tuo corpo reagirà a trattamenti medici molto aggressivi.

Fortunatamente, l’intervento è andato molto bene. Ma dopo mi sono sentito in colpa per un mese o due – tra marzo e aprile di quest’anno. E poi c’è stato un momento in cui ho pensato che dovevo solo accettarlo, che ciò che è fatto è fatto, che non si può cambiare il corso degli eventi. Potevo scegliere se essere pieno di riconoscenza o di risentimento, e non volevo restare intrappolato in quello stato emotivo.

Non c’ero con la testa. Dopo aver vinto il Roland Garros, mi sono svuotato sul piano emotivo. Ero sorpreso. Non pensavo che sarebbe mai successo perchè non avevo mai avuto problemi a motivarmi. Amo giocare a tennis, no devo mai forzarmi. Ma c’era una differenza tra giocare e competere. Quando cominciavo a pensare al punteggio e dovevo competere e viaggiare per i tornei, ecco che mi sentivo vuoto. Per la prima volta nella mia carriera, era una lotta stare lì. Poi è spuntato anche l’infortunio, che è diventato sempre più serio proprio dopo aver vinto il Roland Garros e mentre vivevo questo scombussolamento emotivo. Per un anno mi sono sottoposto a cure, cercando di giocare con gli anti-infiammatori. Ma non avevo solo bisogno di una pausa per recuperare dall’infortunio, dovevo ricaricarmi anche mentalmente ed emotivamente. Sentivo di aver giocato troppo, e un infortunio era la scusa ideale per staccarmi per un po’ dal circuito.

Penso che Indian Wells e Miami siano stati mentalmente i punti più bassi per me. Mi sentivo davvero indifeso in campo. Non sentivo dolore, ma non avevo gioco. Era un compromesso, il movimento del servizio cambiava da una settimana all’altra e solo allora ho davvero capito cosa avessero passato gli altri giocatori che avevano avuto un grave infortunio. Ho pensato che forse avrei dovuto dare la priorità a certi eventi e a certe superfici dove mi sentissi più a mio agio, rinunciando alla programmazione che avevo seguito per dieci anni.

Alla fine tutto è andato nel modo migliore per me. Ho imparato quanto sia importante chi ti sta vicino e ti consiglia. E un’altra lezione è che, anche quando raggiungi la tua comfort zone, non credo che tu ci possa restare per più di un giorno. Quando ti svegli la mattina dopo, puoi infatti trovarti ad affrontare delle difficoltà – mentali, fisiche, emotive – che non avevi il giorno prima. La vita funziona così. Perciò io credo davvero in un approccio olistico alla vita. Credo che ogni giorno rappresenti un’opportunità per crescere, una possibilità per conoscere se stessi ed evolvere. Forse sto entrando in una sfera più filosofica e spirituale, ma abbiamo la risposta dentro di noi. Possiamo sempre trovarla se la cerchiamo”.

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