La “battaglia dei sessi” nel tennis: spettacolo superfluo o finto progresso?

La domanda vera non è chi ha vinto, bensì: a chi giova tutto questo?

C’è qualcosa di profondamente anacronistico nel riproporre, nel 2025, la cosiddetta “battaglia dei sessi” nel tennis. Un format che nasce vecchio, si veste da evento mediatico e finisce per rivelarsi quello che è: un esercizio di rumore, più che di senso. L’ultima esibizione che ha visto protagonisti Aryna Sabalenka e Nick Kyrgios ne è l’ennesima dimostrazione.

Ma la domanda vera non è chi ha vinto, bensì: a chi giova tutto questo?

Un confronto che non serve a nessuno

Il tennis moderno ha già risposto, da tempo, alle domande che questi eventi fingono di porre. Le competizioni maschili e femminili sono diverse non per valore, ma per struttura fisica, come accade in qualunque sport. Mettere a confronto diretto un uomo e una donna, fuori da qualsiasi contesto competitivo reale, non aggiunge conoscenza, non corregge storture, non produce progresso.

Sabalenka non ha nulla da dimostrare. È una numero uno, una campionessa affermata, una delle atlete più dominanti del circuito WTA. Kyrgios, invece, è ormai un ex tennista che sopravvive mediaticamente grazie alla sua immagine: l’eterno ribelle, l’outsider rumoroso, l’istrione utile ai titoli ma irrilevante sul piano sportivo attuale.

Il confronto, quindi, non è paritario nemmeno a livello simbolico.

La retorica della “parità” usata come scenografia

Si invoca la parità, ma la si tradisce nel momento stesso in cui la si trasforma in spettacolo circense. Se davvero si volesse parlare di equità nel tennis, il dibattito dovrebbe concentrarsi su: investimenti, visibilità mediatica, accesso alle strutture, narrazione sportiva.

Non su match-esibizione che semplificano una questione complessa fino a renderla caricatura.

Il messaggio implicito resta tossico: “vediamo cosa succede se li mettiamo uno contro l’altra”. Come se il valore di una campionessa dipendesse dalla sua capacità di competere con un uomo, e non da ciò che fa contro le migliori del suo sport.

Business, non sport (e nemmeno cultura)

Se la risposta finale è che tutto questo serve a fare business, allora almeno chiamiamolo con il suo nome. Intrattenimento. Marketing. Spettacolo. Nulla di male, in sé. Il problema nasce quando lo si traveste da evento “significativo”.

Perché non lo è.

È una messa in scena che: non arricchisce il tennis, non eleva il dibattito sulla parità, non offre un confronto tecnico credibile, non lascia nulla, se non clip virali e commenti superficiali.

Un circo, appunto. Con tanto di domatore e pubblico compiaciuto.

Ne avevamo davvero bisogno?

La risposta più onesta è no: non per Sabalenka, non per il tennis femminile, non per lo sport in generale.

Forse solo per chi ha ancora bisogno di stare sotto i riflettori, anche a costo di svuotare il contenuto di ciò che dovrebbe essere il tennis: competizione, rispetto, misura.

Il progresso non passa da queste scorciatoie. Passa dal riconoscere che non tutto ciò che fa rumore ha valore, e che non ogni “evento” merita di essere chiamato confronto.

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