A 39 anni, quando per quasi tutti gli sportivi professionisti il tempo dei grandi trionfi appartiene ormai al passato, Novak Djokovic continua a vincere tornei ATP. E non semplicemente a partecipare, a concedersi qualche apparizione celebrativa o a vivere di rendita sulla grandezza costruita durante una carriera irripetibile. Djokovic continua a giocare per vincere.
La dimostrazione è arrivata ancora una volta martedì 6 ottobre a Pechino, dove il campione serbo ha conquistato il China Open per la settima volta nella sua carriera. La finale contro Alex de Minaur si è conclusa anticipatamente per il problema fisico dell’australiano, costretto al ritiro dopo avere perso il primo set al tie-break: Djokovic conduceva 7-6(3), 0-1 quando il match è terminato. Con questo successo il serbo ha portato a 34 vittorie su 34 partite il proprio incredibile record a Pechino e ha conquistato il 102° titolo ATP della carriera. Soprattutto, ha vinto almeno un torneo di singolare per il 21° anno consecutivo.
Numeri impressionanti, ma forse persino meno significativi del messaggio che arriva dalla sua longevità.
Il dato più sorprendente non è soltanto che Djokovic riesca ancora ad alzare trofei. È che, dopo oltre vent’anni trascorsi nel tennis professionistico, il serbo sia ancora capace di competere contro giocatori molto più giovani, cresciuti in un tennis atleticamente ancora più esasperato rispetto a quello in cui lui aveva iniziato.
A Pechino ha superato un percorso di altissimo livello, battendo tra gli altri Alexander Zverev nei quarti e raggiungendo la finale dopo la sfida con Daniil Medvedev, conclusa con la squalifica del russo mentre Djokovic era vicino alla vittoria. Il suo torneo cinese si è concluso con cinque successi e un nuovo titolo.
Eppure Djokovic non nasconde più ciò che inevitabilmente accompagna un atleta di 39 anni. Dopo la finale ha ammesso che il 2026 è stato complicato dal punto di vista fisico e della salute, aggiungendo però un concetto fondamentale: quando riesce a stare bene e a colpire la palla nel modo che desidera, sente di poter ancora competere ai livelli più alti.
È probabilmente questa la chiave della sua longevità. Djokovic non combatte più contro il tempo fingendo di avere venticinque anni. Ha modificato il proprio rapporto con il circuito. Gioca meno, seleziona gli appuntamenti e costruisce il calendario attorno alla capacità di recuperare, anziché tentare di inseguire ogni settimana punti, premi e obblighi.
Ed è proprio qui che la sua esperienza personale diventa una critica indiretta al tennis moderno.
Djokovic lo aveva spiegato con grande chiarezza già durante Wimbledon. Parlando del numero crescente di infortuni nel circuito, il serbo aveva riconosciuto che oggi può permettersi un privilegio che molti altri giocatori non hanno: scegliere i tornei da disputare.
Aveva spiegato di giocare molto meno rispetto al passato e, proprio grazie a questa possibilità, di essere meno esposto rispetto agli altri alla pressione di un calendario ad altissima intensità. Allo stesso tempo aveva espresso apertamente la propria contrarietà all’allungamento dei Masters 1000 e alla continua espansione del circuito.
Non si tratta semplicemente di una questione di comodità. Nel tennis contemporaneo il recupero è parte integrante della prestazione quanto il diritto, il rovescio o il servizio. Tra allenamenti, partite, viaggi intercontinentali, cambi di superficie, adattamento al fuso orario e impegni commerciali, la stagione di un giocatore di vertice può diventare una corsa quasi ininterrotta.
E il corpo prima o poi presenta il conto. Il contrasto con quanto sta vivendo Jannik Sinner è impressionante. Proprio il 6 ottobre, nelle stesse ore in cui Djokovic conquistava Pechino a 39 anni, il numero uno mondiale annunciava la fine anticipata della propria stagione. Sinner, appena 25enne, non gioca dalla finale di Wimbledon del 12 luglio ed è costretto a proseguire le cure per l’infiammazione al ginocchio che lo ha tenuto fuori dalla stagione nordamericana, dagli US Open e dalla tournée asiatica.
L’azzurro salterà anche il finale europeo e le ATP Finals di Torino, spiegando di dover pensare alla propria carriera nel lungo periodo e di voler tornare soltanto quando sarà nuovamente al cento per cento.
Naturalmente sarebbe semplicistico sostenere che l’infortunio di Sinner dipenda esclusivamente dal numero dei tornei disputati. Gli infortuni hanno cause individuali, biomeccaniche e mediche complesse.
Ma il suo caso diventa inevitabilmente simbolico di un problema più ampio. Il tennis contemporaneo richiede prestazioni atletiche estreme. Ogni scambio viene giocato a intensità elevatissima. Le accelerazioni laterali sono violentissime, le frenate continue, i cambi di direzione esasperati. Si gioca sul cemento per lunghi periodi e i migliori sono costretti ad affrontarsi continuamente al massimo delle proprie possibilità.
Il concetto stesso di gestione della stagione rischia così di entrare in conflitto con il sistema.
Su questo punto Djokovic è stato particolarmente esplicito. A Wimbledon aveva sottolineato come la componente commerciale sia diventata sempre più dominante nel tennis. Secondo il serbo, si cerca di accrescere il valore economico del prodotto attraverso tornei più lunghi, più giornate di gara e ulteriori eventi inseriti in un calendario già congestionato.
Il problema è evidente. Un torneo più lungo significa più biglietti, più sessioni, più hospitality, maggiori opportunità televisive e commerciali. Per l’organizzatore può rappresentare un vantaggio economico. Per il giocatore significa invece più giorni lontano da casa, più allenamenti, più attese e meno settimane realmente libere durante l’anno.
Djokovic aveva posto anche una domanda provocatoria: tutto questo aumento del valore economico, a vantaggio di chi avviene realmente?
La sua posizione sui Masters 1000 allungati è stata netta. Ha ricordato di essere stato contrario alla riforma e ha sostenuto che il beneficio economico aggiuntivo finisca soprattutto nelle mani degli organizzatori, mentre i giocatori devono sostenere una permanenza più lunga all’interno dello stesso evento.
A questa struttura bisogna aggiungere un elemento fondamentale: la pressione che circonda un atleta di vertice. Un grande tennista non vive soltanto il rapporto tra sé stesso e il campo. Attorno al giocatore esistono ranking ATP, punti da difendere, prize money, contratti commerciali, sponsor, diritti televisivi, organizzatori e aspettative del pubblico.
Per un numero uno del mondo anche scegliere di non giocare può avere conseguenze enormi. Saltare un Masters 1000 significa rinunciare a punti pesanti. Rinunciare a un torneo significa talvolta compromettere la posizione in classifica. Fermarsi per settimane può modificare l’intera programmazione della stagione e avere effetti sportivi ed economici.
Lo dimostra ancora Sinner. La decisione di proteggere il ginocchio e chiudere il 2026 lo espone alla perdita di migliaia di punti e mette concretamente in discussione il primato nel ranking mondiale.
È qui che si crea il cortocircuito. Il giocatore dovrebbe ascoltare il corpo, ma il sistema gli chiede continuità. Dovrebbe recuperare, ma la classifica non aspetta. Dovrebbe ridurre gli impegni, ma il calendario propone continuamente tornei prestigiosi. Dovrebbe preservarsi, ma intorno a ogni campione esiste inevitabilmente un’enorme macchina economica.
E quando si è Sinner, Alcaraz, Zverev o Djokovic, non basta nemmeno partecipare. Ci si aspetta di vincere.
Il problema del tennis rispetto a molti altri sport è anche questo. Il torneo non termina dopo una singola partita. Per vincere un Masters 1000 o uno Slam bisogna spesso giocare sei o sette incontri, aumentando progressivamente intensità, pressione e difficoltà.
Il campione entra in campo quasi ogni volta da favorito. Una sconfitta precoce viene percepita come una crisi. Una serie di sconfitte diventa un caso mediatico. Un piccolo problema fisico viene analizzato quotidianamente.
Il risultato è che i migliori tennisti del mondo vivono in una condizione nella quale devono costantemente dimostrare di essere ancora i migliori.
La pressione psicologica finisce quindi per sommarsi a quella biomeccanica. E non sorprende che proprio Djokovic, l’uomo che ha attraversato più di vent’anni di tennis professionistico ad altissimo livello, chieda oggi una revisione profonda del sistema.
Durante quella stessa conferenza stampa di Wimbledon Djokovic utilizzò un’espressione significativa: secondo lui il tennis ha bisogno di una sorta di “reset”.
Il serbo invitava le istituzioni a ripensare formati, regolamenti e calendario, osservando come le diverse componenti del tennis internazionale fatichino a trovare una visione comune.
Non significa necessariamente cancellare metà dei tornei. Significa forse chiedersi quale sia davvero l’obiettivo. Avere grandi campioni impegnati per undici mesi l’anno oppure averli più freschi nei momenti veramente importanti? Riempire ogni settimana del calendario oppure garantire che i migliori arrivino integri agli Slam e agli appuntamenti più prestigiosi?
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Un Sinner fermo per mesi, un Alcaraz costretto a recuperare da un infortunio o qualsiasi altro protagonista assente non rappresentano un vantaggio per nessuno: né per il giocatore, né per il pubblico, né per gli sponsor, né per le televisioni e neppure per gli organizzatori. Ed è forse questo il significato più interessante della vittoria di Pechino.
La straordinarietà di Djokovic non consiste soltanto nell’essere ancora capace di battere avversari di quindici anni più giovani.
La sua più grande evoluzione negli ultimi anni è stata capire che la longevità non significa giocare più degli altri. Significa sapere quando non giocare.
A 39 anni non può più permettersi di inseguire tutto. E proprio per questo riesce ancora a presentarsi in alcuni tornei con la competitività necessaria per vincere.
È una filosofia che potrebbe diventare sempre più importante anche per le nuove generazioni. Perché il tennis moderno ha spostato continuamente più avanti il confine della prestazione. I giocatori sono più potenti, più veloci, più completi e atleticamente più preparati che mai. Ma il corpo umano non è diventato improvvisamente indistruttibile.
Ogni accelerazione, ogni frenata e ogni partita accumulano fatica. A un certo punto bisogna scegliere se proteggere il calendario o proteggere il campione. Djokovic sembra avere già scelto. E mentre a 39 anni solleva il 102° trofeo della carriera, nel giorno in cui uno dei migliori giocatori del mondo a soli 25 anni annuncia di doversi fermare per mesi, la domanda posta dal serbo al tennis diventa difficile da ignorare.
Forse il prossimo grande progresso di questo sport non sarà una racchetta più tecnologica, un servizio più veloce o un nuovo formato televisivo.
Potrebbe essere qualcosa di molto più semplice: imparare finalmente a lasciare riposare i giocatori
