Addio a Nicola Pietrangeli: il tennis italiano in lutto

Tra silenzi, polemiche e affetto, Adriano Panatta rivela il vero giudizio del Maestro su Jannik Sinner

La scomparsa di Nicola Pietrangeli, leggenda assoluta del tennis italiano, ha scosso profondamente l’ambiente sportivo nazionale. Dai circoli storici alle nuove generazioni, dalle istituzioni alle ex glorie, il cordoglio è stato immediato. Le parole di commozione sono arrivate da tutto il mondo del tennis, riconoscendo in lui un pioniere, un trascinatore e una figura che ha contribuito più di chiunque altro a far nascere la cultura tennistica moderna in Italia.

In questo coro di ricordi non è passato inosservato il silenzio di Jannik Sinner, che non ha rilasciato dichiarazioni nelle ore immediatamente successive alla notizia. Un silenzio interpretato anche alla luce delle polemiche che nei mesi precedenti avevano spesso contrapposto mediaticamente i due campioni, più per narrazione giornalistica che per reale conflitto personale.

Le polemiche: un confronto forzato

Per anni, parte dei media ha costruito un parallelismo continuo tra Pietrangeli e Sinner, utile a misurare — spesso in tempo reale — i record del primo superati dal secondo. Ogni impresa di Jannik diventava l’occasione per chiedere a Pietrangeli un commento, generando frasi talvolta lette come battute pungenti o addirittura segnali di fastidio.

Celebre la sua riflessione dopo il terzo slam di Sinner:
“Qualcuno ha detto che io rosicavo, ma figuriamoci…”

E ancora:
“Non voglio più parlare di Sinner: poi dicono che sono invidioso e mi cambiano le parole”.

Dichiarazioni che contribuirono ad alimentare l’idea di una presunta rivalità tra passato e presente. Ma secondo Adriano Panatta, questa lettura era profondamente distorta.

Panatta: “Ho perso più di un amico”

In un lungo ricordo, Panatta — che più di ogni altro ne condivise trionfi, sconfitte e capitoli di storia — racconta un Pietrangeli lontanissimo dall’immagine di uomo geloso dei successi altrui:

“C’era quando vinsi Roma e Parigi, e quando andammo in Cile per la finale della Davis. Si batté per noi in decine di trasmissioni televisive. E poi a Parigi, più avanti, quando ci faceva piacere andare a cena con Lea Pericoli”.

Panatta tratteggia un uomo diretto, schietto, “romano vero”, capace di battute che suonavano come epitaffi, ma prive di malizia:

“Era uno che diceva sempre ciò che pensava. Gli uscivano frasi che facevano arrabbiare molti, ma l’invidia non gli apparteneva. A nessuno dei due apparteneva”.

“Su Sinner è stato tutto un fraintendimento”

La parte più delicata del ricordo riguarda proprio il rapporto con il giovane campione azzurro. Panatta ammette che alcune dichiarazioni di Pietrangeli negli ultimi anni siano state fraintese. Non erano attacchi, bensì il riflesso umano — e comune a molti grandi sportivi — della paura di sentirsi superati dalla storia:

“Certe sortite su Sinner venivano dal bisogno di non sentirsi sorpassato. Gliel’ho detto tante volte: “Ma come ti va di metterti a confronto con Sinner? Ti ha superato, e allora? Non sei contento?”

Ma Pietrangeli, racconta Panatta, continuava a sentirsi travisato:

“Non mi hanno capito. Quel ragazzo è fortissimo, una meraviglia. Io volevo solo dire che la strada è lunga, perché così è nello sport, e non voglio che Sinner lo dimentichi”

Una frase che rivela stima, non rivalità. Preoccupazione, non disprezzo. Consiglio, non gelosia.

Un carattere forte e un passato ingombrante

Panatta ricorda anche episodi che dimostrano quanto Pietrangeli vivesse intensamente il suo ruolo nella storia del tennis, come quando definiva la sua sostituzione da capitano della Coppa Davis un “tradimento”. Panatta prova a ridimensionare quel ricordo con delicatezza:

«Ripeteva che fu un tradimento e finiva per tirarmi in ballo. Ma era la squadra che non lo voleva più, e io cercai di farli ragionare».

Era il temperamento di un uomo abituato a prendersi responsabilità, e che faticava ad accettare che il tempo, come inevitabile, cambiasse equilibri e generazioni.

Eredità di un gigante

Nelle parole di Panatta emerge il ritratto più autentico di Pietrangeli: un uomo orgoglioso, passionale, capace di frasi taglienti ma profondamente legato ai suoi successori, incluso Sinner, di cui riconosceva apertamente il talento straordinario.

La sua morte non chiude solo la vita di un campione, ma un capitolo irripetibile della storia dello sport italiano. Le sue parole — a volte controverse, altre illuminate — continuano a raccontare il percorso di un uomo che ha amato il tennis sopra ogni cosa.

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