Siamo abituati a vederli volare. Letteralmente. Sospesi, nel cielo. A chissà quanti metri d’altezza. I grandi sci piegati verso il loro corpo, anch’esso piegato, a formare un tutt’uno; strani uccelli colorati che si librano in aria, approfittando delle correnti d’aria, senza sbattere le ali.

Prendono la rincorsa da uno scivolo che ricorda infantili parchi da gioco. Uno scivolo perennemente innevato, con due solchi profondi a guidare la strada verso il salto. Solitamente stanno seduti su di un asse di legno fino a poco prima che arrivi il loro turno; la loro partenza. Il loro decollo. Poi si alzano in piedi e un attimo dopo sono già accovacciati, a uovo, le braccia all’indietro, a prendere velocità. Per spiccare poi, alla fine della bianca discesa forzata, un balzo verso l’infinito. Un salto con gli sci. Perché questo fanno, questi attillati e poetici volatili: saltano con gli sci. E quando lo fanno loro, sembra tutto così semplice, facile, leggero, bello. Stanno in volo, solitari, per un po’.

Poi si decidono a perdere quota. E si avvicinano alla madre terra. Alla neve. Quando sono vicinissimi all’atterraggio, con una mossa unica e velocissima, aprono le braccia, mettono un piede in avanti e piegano il ginocchio opposto. Et voilà. Contatto avvenuto. Rimane il lavoro dei giudici che devono stabilire quanti metri è durato il loro volo con gli sci ai piedi.
Tutto questo è venuto in mente a chi, recentemente, ha visto schiantarsi prima Lukas Muller e in seguito Thomas Diethart. Il pensiero, un attimo dopo averli visti in balìa del vento e della forza di gravità, è stato: “a vederli, sembrava tutto così facile e romantico. Evidentemente non è così”. Pensiero banale. Dedicato con il cuore a tutti quelli che praticano questa folle e bellissima disciplina sportiva: il salto con gli sci.
