Non usa giri di parole, non cerca scorciatoie diplomatiche. Anna Danesi, capitana della Nazionale italiana di pallavolo, ha scelto la linea della franchezza in un’intervista rilasciata a Talk Player, tornando sull’episodio che ha acceso il dibattito mediatico durante la cerimonia d’inaugurazione delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026.
Al centro della vicenda, il mancato riconoscimento da parte del direttore di Rai Sport, Paolo Petrecca, mentre Danesi portava la torcia olimpica in uno dei momenti simbolicamente più forti dell’evento. Un passaggio televisivo che, complice la risonanza internazionale dell’evento, ha rapidamente fatto il giro del web.
«Ha fatto una figuraccia a livello mondiale»
“A me sinceramente non importa nulla che il direttore di Rai Sport non mi abbia riconosciuta. Io ho guardato la torcia olimpica, lui ha fatto una figuraccia a livello mondiale”, ha dichiarato la centrale azzurra.
Parole nette, che spostano l’attenzione dal piano personale a quello pubblico. Danesi non si dice ferita per l’episodio, ma sottolinea implicitamente la portata simbolica di un mancato riconoscimento nei confronti di una delle figure più rappresentative del volley italiano.
L’emozione, però, è arrivata altrove. “Mia sorella il giorno dopo mi ha inviato il pezzettino dove noi abbiamo portato la torcia con il commento di Eurosport e lì ho pianto… Il mio fidanzato mi ha chiesto cosa succedeva e l’ho tranquillizzato”. Un passaggio che restituisce la dimensione più intima della campionessa: la freddezza davanti alla polemica, la commozione davanti al valore del momento vissuto.
Danesi allarga poi lo sguardo: “Per cui a me che non mi abbia riconosciuto non mi importa. Per il resto, io sono contentissima di come il movimento sia cresciuto negli ultimi anni. Poi che la gente parli di quanto lui abbia sbagliato e non di me, non di noi… magari capiterà con le prossime vittorie”.
È qui che l’episodio si trasforma in chiave di lettura più ampia. La capitana azzurra richiama indirettamente il tema della visibilità del volley femminile, oggi in una fase di espansione tecnica e mediatica senza precedenti. I successi internazionali, la crescita del pubblico nei palazzetti, l’attenzione degli sponsor: il movimento è cambiato. Eppure, casi come questo dimostrano come la piena consacrazione culturale e simbolica non sia ancora del tutto acquisita.
Mentre il dibattito mediatico si concentra sull’episodio olimpico, sul piano sportivo arriva una notizia che rafforza il legame tra Danesi e il suo club. Vero Volley Milano ha ufficializzato il rinnovo della centrale fino al 2027.
“Prolungamento di contratto per la numero 11 meneghina”, si legge nel comunicato del club. Per Danesi sarà la terza stagione consecutiva con la maglia della Numia e la sesta complessiva tra le fila di Vero Volley.
I numeri dell’annata in corso certificano il suo peso tecnico: 223 punti complessivi tra Serie A1 Tigotà e CEV Champions League, di cui ben 77 a muro. Un dato che conferma la sua centralità nel sistema di gioco e il suo ruolo di leader difensiva.
“Sono molto contenta di continuare con Milano – ha commentato Danesi – La prossima sarà la mia sesta stagione complessiva a Vero Volley. La città di Monza è diventata casa per me: il mio fidanzato è qui e la mia vita al di fuori della pallavolo la vivrò qui”.
Un legame che va oltre il campo. Stabilità personale e progettualità sportiva si intrecciano: “Ho fiducia nel progetto che si sta costruendo per la stagione che verrà: quest’anno siamo riuscite a conquistare il primo trofeo nazionale con il club e spero che la prossima stagione possa portare altrettante soddisfazioni”.
Oltre la polemica
Il caso del mancato riconoscimento rischiava di oscurare il percorso di una delle atlete simbolo dello sport italiano contemporaneo. Danesi, invece, sceglie di relativizzare e di guardare avanti. Il messaggio è chiaro: l’identità sportiva non si misura su un commento televisivo mancato, ma sui risultati, sulla crescita del movimento e sulla continuità progettuale.
E forse, come suggerisce lei stessa, saranno le prossime vittorie a spostare definitivamente il focus. Non sull’errore di chi non ha riconosciuto, ma sul valore di chi, in campo e fuori, continua a farsi riconoscere con i fatti.

