È tempo di Moby-Dick. Lo dicono i fatti. Lo dicono i segnali intorno a noi. Lo dicono le fini increspature delle acque mediatiche: solitamente ferme, quando non immobili. Moby-Dick, libro-capolavoro scritto da Herman Melville un secolo e mezzo fa. Moby-Dick, la balena bianca, il cetaceo dal lunare colore, il capodoglio inafferrabile, sta tornando a disturbare i nostri calmi e pacifici sogni.
Ieri sera Fabio Fazio ha ospitato il Richie Cunningham degli Happy Days di qualche decennio fa; Cunningham nel frattempo si è liberato di Richie ed è diventato il famoso e bravo regista Ron Howard, che ha diretto film come Apollo 13, A Beautiful Mind, Cinderella Man, Rush, ecc. Ieri Ron Howard ha presentato la sua ultima fatica cinematografica, Heart of the Sea, Le origini di Moby-Dick: la storia della baleniera Essex, che ha ispirato Hermann Melville a scrivere il suo Moby-Dick. Nel frattempo, nelle librerie d’Italia, è arrivata grazie a Einaudi una versione spettacolare del romanzo di Melville. Si tratta di un Moby-Dick la cui traduzione, a opera di Ottavio Fatica, porta il libro a toccare vette sin qui mai raggiunte, trasformando quello che si era abituati a leggere, in un nuovo libro, in cui tutto è diverso, tutto è illuminato. Chiamatemi Ishmael; questo l’inizio di tutto. Della metafora. Dell’avventura. Della ricerca. Della caccia. Della storia. Della vita. Dell’esistenza umana. Moby-Dick, il sogno, la mèta, lo scòpo: il significato di una vita. Qualsiasi sportivo dovrebbe aver letto almeno una volta questo libro. Per capire fino in fondo l’essenza dello sport. Che è ricerca interiore, approfondimento di sé stessi, conoscenza del più profondo io. Moby-Dick è un capodoglio, ha un cervello gigantesco e incredibilmente sofisticato, resiste a pressioni inconcepibili per qualsiasi altro mammifero, vive la sua vita seguendo campi e traiettorie a noi ancora oscuri.
Come un capodoglio, in fondo, lo sportivo deve avere una testa raffinata, saper resistere alle pressioni esterne e, quando vuole diventare un campione, viaggiare su percorsi vergini. Moby-Dick è il punto d’arrivo per cui ci si è allenati. È lo Scudetto, la Champions, la promozione in serie A, la Coppa del Mondo, il torneo aziendale, la sfida oratoriale. Moby- Dick è l’attesa, l’allenamento, l’incontro, la mèta. È quella cosa non ben definita, ma che si sente “a pancia”, che chiunque di noi ha dentro, è quella cosa che smuove le nostre acque personali per portare la nostra vita a conoscere più porti, è quella forma di vita sconosciuta che al contempo repelle e attrae. Ognuno di noi, nella sua vita, affronta, prima o poi, la sua caccia alla Balena Bianca, a quel Moby-Dick descritto tanto tempo fa. Ognuno di noi ha un sogno. Ed è disposto a lottare per questo. Basta capire bene quale è il sogno. E poi iniziare a lottare. Non è questa, in fondo, l’essenza della parola sport?

