Dieci anni fa, il Qatar esultava per il successo ottenuto nella corsa ai Mondiali del 2022, riuscendo a ricevere dalla FIFA il mandato per organizzare la rassegna iridata che si terrà dal 21 novembre al 18 dicembre per evitare il gran caldo estivo.

Nell’ultimo decennio, il Paese situato nella penisola araba ha lanciato un programma di costruzione senza precedenti, facendo arrivare migliaia di lavoratori immigrati da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka per erigere stadi e infrastrutture che serviranno per la Coppa del Mondo del 2022. Purtroppo però, ben 6500 persone assunte per mettere in atto quest’immane opera sono morte, senza che venissero rivelate alle famiglie dei lavoratori le cause dei decessi.
Medie tremende

Numeri tremendi quelli emersi dallo studio del quotidiano inglese ‘The Guardian’, che ha calcolato come dal dicembre 2010 siano morti in media 12 lavoratori a settimana di quelli immigrati da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka. Eventi tragici su cui continua ad aleggiare una cortina di mistero, che riguarda non solo il modo in cui questi operati siano deceduti ma anche l’occupazione e il luogo di lavoro. Stando alle rivelazioni di Nick McGeehan, direttore di ‘FairSquare Projects’ (associazione che si occupa di diritto del lavoro nel Golfo) è possibile che la maggior parte di questi lavoratori siano morti nell’ambito della costruzione di nuove infrastrutture per i Mondiali 2022 in Qatar.
Famiglie distrutte

A piangere la morte di questi lavoratori sono le 6500 famiglie alle loro spalle, a cui fino a questo momento non sono stati riconosciuti né risarcimenti e nemmeno spiegazioni sui decessi dei propri cari. Tra le storie più assurde c’è quella del nepalese Ghal Singh Rai, che ha sborsato 1.000 sterline in tasse di reclutamento per ottenere il lavoro di addetto alle pulizie, da svolgere in un campo per i lavoratori impegnati nella costruzione dello stadio di Education City. Sette giorni dopo il suo arrivo si è suicidato, senza che nessuno conoscesse i motivi. Mohammad Shahid Miah, altro operaio del Bangladesh, è stato fulminato nel suo alloggio dopo che l’acqua è entrata in contatto con i cavi elettrici esposti. L’indiano Madhu Bollapally è morto per ’cause naturali’ a 43 anni, nonostante la sua famiglia continui ancora oggi a sottolineare come sia partito per il Qatar in perfette condizioni fisiche.
Le cause dei decessi
I nomi dei lavoratori deceduti sono inseriti in un elenco ufficiale, in cui vengono indicate accanto le cause della morte: ferite multiple contundenti dovute a una caduta dall’alto, asfissia dovuta all’impiccagione, morte naturale, quest’ultima spesso attribuita a insufficienza cardiaca o respiratoria acuta. Il 69% dei decessi riguardanti i lavoratori indiani, nepalesi e bengalesi sono classificati come naturali, dato che arriva all’80% per gli indiani. La cosa più assurda è che tali classificazioni vengono effettuate spesso senza un’apposita autopsia, dunque sulla base di una constatazione approssimativa. Tra le cause di morte c’è anche l’opprimente caldo estivo del Qatar, come confermato da una ricerca commissionata dall’Organizzazione internazionale del lavoro delle Nazioni Unite, che ha rivelato che per almeno quattro mesi all’anno i lavoratori abbiano dovuto affrontare uno stress termico significativo lavorando all’aperto. Situazioni estreme che hanno causato conseguenze tragiche per le quali difficilmente qualcuno pagherà, trasformando i Mondiali 2022 in Qatar come la rassegna più ‘sanguinosa’ della storia.
