Vittoria in 6 gare, un netto 4-2, gli Warriors protagonisti, ma questa volta dalla parte sbagliata della storia. L’anno scorso furono i Cleveland Cavaliers a capitolare sotto i colpi di Curry e Durant alle Finals, quest’anno è Golden State ad inchinarsi ai Toronto Raptors di una fantastico Kawhi Leonard.

Il Canada si è preso la sua rivincita, un trionfo inaspettato e dolcissimo, nonché strameritato. Dall’altra parte ci sono i campioni, favoriti della vigilia, non delle Finals, ma della regular season, ma nemmeno di questa, parliamo almeno da 2 anni a questa parte. Tanto talento in un solo roster non si è mai visto: il range illimitato di Stephen Curry, il killer instinct di Kevin Durant, la difesa e le triple di Klay Thompson, l’essere ‘Draymond Green’ di Draymond Green, DeMarcus Cousins come centro, giusto per non farsi mancare nulla. Un meccanismo ben oliato da Steve Kerr come head coach, con una panchina pronta a fare il suo, guidata da Iguodala, il grande vecchio spesso decisivo quando conta. Da questa notte potrebbe non essere più lo stesso: si dovrà pensare ai rinnovi, a KD che andrà via quasi sicuramente (pre o post riabilitazione), a Klay Thompson che potrebbe decidere di avere un ruolo di primo piano da un’altra parte, stanco di essere sempre il secondo di Curry o il terzo di Durant. Una squadra che lascia anche la Oracle Arena (con una sconfitta pesante), per trasferirsi a San Francisco, un metaforico taglio con il passato che sarebbe stato più dolce se festeggiato con il three-peat, tre titoli in successione.

Questa volta si sono messi di mezzo gli infortuni, caratteristica ricorrente nel cammino in postseason degli Warriors, ma che negli anni precedenti hanno colpito gli avversari. Il ginocchio di Kyrie Irving nel 2015, la caviglia di Kawhi Leonard nel 2017, il ko di Chris Paul nel 2018: tre innegabili defezioni arrivate nei momenti clou, capaci di spianare la strada ai Warriors verso 3 titoli che, va precisato, sono stati vinti soprattutto con il talento del roster. Negarlo sarebbe ridicolo. Quella particolare ‘maledizione’ quest’anno è tornata a riscuotere: Cousins ko alla seconda partita del primo turno; Durant infortunatosi contro i Rockets in semifinale di Conference e rientrato solo in Gara-5 delle Finals (9 partite saltate) per rompersi il tendine d’Achille; Klay Thompson infortunatosi in Gara-2 delle Finals e costretto a saltare Gara-4 e ad uscire dal campo anche in Gara-6; lo stop di Kevoon Looney. Chissà cosa sarebbe successo a ranghi completi: la stessa domanda che si sono posti i Cavs, gli Spurs e i Rockets negli anni precedenti…
