Il tempo che passa, è una legge immutabile e che nessuno, malgrado i tanti sforzi, è in grado di modificare. Ed è proprio da qui che parte la riflessione di Julio Velasco sul caso che in queste ore sta facendo discutere il mondo del calcio, quello di Cristiano Ronaldo e del suo improvviso addio al ritiro della Nazionale portoghese.
Intervenuto a Trento durante la Grande Inaugurazione del Festival dello Sport, il commissario tecnico della Nazionale italiana femminile di pallavolo ha affrontato la vicenda con uno sguardo diverso rispetto alla cronaca quotidiana. Niente processi, niente sentenze sul comportamento del fuoriclasse portoghese. Velasco ha provato piuttosto a guardare dietro il campione, cercando l’uomo, e la sua definizione è stata netta: quella vissuta da Ronaldo sarebbe «una crisi tremenda, sottovalutata».
Il riferimento è a quanto accaduto nelle ultime ore nel ritiro del Portogallo. Cristiano Ronaldo, oggi 41enne e ancora figura simbolo della propria Nazionale, ha lasciato improvvisamente il gruppo dopo giorni segnati dalle tensioni con il commissario tecnico Jorge Jesus.
Secondo la ricostruzione di Reuters, Ronaldo era rimasto particolarmente contrariato dalla scelta di non schierarlo. Il ct portoghese ha negato che il giocatore si sia rifiutato di allenarsi o che si sia verificato un vero incidente durante le sedute, ammettendo però il malumore del capitano per la panchina. Poco dopo è arrivata la partenza dal ritiro, confermata dalla stessa Federazione portoghese.
Un episodio inevitabilmente enorme quando riguarda Cristiano Ronaldo, il calciatore con più presenze e più gol nella storia della Nazionale portoghese e uno dei simboli assoluti del calcio degli ultimi vent’anni.
Ma per Velasco fermarsi alla semplice domanda su chi abbia ragione tra giocatore e allenatore significherebbe probabilmente perdere la parte più interessante della storia.
Il ragionamento dell’allenatore azzurro tocca uno dei temi meno raccontati dello sport di altissimo livello: cosa accade nella testa di un atleta quando per vent’anni è stato indispensabile e improvvisamente scopre di poter non esserlo più?
Per uno sportivo normale una panchina può rappresentare una delusione. Per un uomo che ha costruito la propria esistenza sull’idea di essere decisivo, di giocare sempre, di segnare sempre e di trascinare gli altri, quella stessa panchina può assumere un significato completamente diverso.
Per quasi tutta la sua vita adulta, CR7 è stato Cristiano Ronaldo prima ancora di essere semplicemente Cristiano. Record, gol, Palloni d’Oro, Champions League, stadi pieni, fotografie, sponsor, milioni di tifosi. Ogni giornata è stata scandita dalla competizione e dalla ricerca quasi ossessiva della prestazione.
Poi arriva un momento in cui il corpo, le gerarchie e le esigenze di una squadra iniziano inevitabilmente a cambiare.
Il tema era già emerso nel corso della serata di Trento parlando più in generale delle difficoltà vissute dagli sportivi quando arriva il momento di lasciare l’attività agonistica o di ridimensionare il proprio ruolo. Secondo Velasco, il passaggio può essere particolarmente duro soprattutto per chi non riesce a costruirsi una nuova identità fuori dal campo.
Perché un atleta di quel livello non perde semplicemente una partita o una maglia da titolare. Rischia di perdere, almeno per qualche tempo, il punto intorno al quale ha costruito tutta la propria vita.
Nel caso di Ronaldo la situazione è ancora più particolare. Il portoghese ha fatto della capacità di sfidare il tempo uno dei tratti fondamentali della propria carriera. Ha modificato allenamenti, alimentazione e modo di giocare per prolungare il rendimento ai massimi livelli. Ogni volta che qualcuno ha annunciato l’inizio del declino, lui ha risposto con altri gol.
Ma nessun atleta può vincere per sempre quella battaglia, ed è forse questa la parte più umana della riflessione di Velasco: comprendere la difficoltà di quel momento non significa necessariamente giustificare ogni comportamento.
Nel suo intervento al Festival dello Sport, Velasco ha parlato molto anche di errore, paura e pressione. Ha raccontato come spesso gli atleti italiani vivano il timore di sbagliare e ha criticato il clima che può crearsi sui social, dove il giudizio diventa immediato e spesso aggressivo. Alle proprie giocatrici, ha spiegato, ha persino consigliato in alcune occasioni di allontanarsi dai social network per proteggersi.
È una filosofia che accompagna Velasco da sempre: distinguere l’errore dalla persona che lo commette.
Sul palco di Trento ha utilizzato ancora una volta il celebre esempio dell’«elettricista». Se uno schiacciatore sbaglia, guarda l’alzatore; l’alzatore guarda chi ha ricevuto; chi ha ricevuto, non avendo più nessuno con cui prendersela, guarda i fari del palazzetto. Alla fine, scherza Velasco, la colpa è dell’elettricista. È il suo modo per spiegare quanto sia facile cercare un alibi invece di assumersi una responsabilità.
E’ interessante applicare lo stesso principio alla vicenda Ronaldo. Non trasformare automaticamente Jorge Jesus nel colpevole, ma neppure Ronaldo nella vittima o nel cattivo della situazione. Provare piuttosto a comprendere una dinamica inevitabile nello sport: la squadra continua mentre il ruolo dei singoli cambia.
Ronaldo ha affrontato difensori, finali, rigori decisivi e pressioni che pochissimi sportivi possono realmente comprendere. Adesso, però, la partita è diversa.
Non si gioca contro un avversario, si gioca contro la propria storia.
Accettare che un allenatore possa immaginare una partita senza di lui significa fare i conti con una realtà che per quasi vent’anni è sembrata impossibile. E forse è proprio per questo che Velasco parla di una crisi così profonda e così poco considerata.
Il calcio, inevitabilmente, discuterà ancora della scelta di Jorge Jesus, dell’addio al ritiro e del futuro di Ronaldo con il Portogallo. Ma dietro il clamore rimane una domanda molto più semplice e universale: cosa succede a un uomo quando ciò che lo ha reso unico per tutta la vita comincia lentamente a non appartenergli più?
È una domanda che vale per Cristiano Ronaldo, ma non soltanto per lui. Ed è probabilmente questo il motivo per cui le parole di Julio Velasco vanno molto oltre una semplice polemica calcistica.
