Era una calda giornata di sole. Più che primaverile. Il meteo sembrava avere sterzato decisamente sull’estate piena. Approfittando della bella giornata, e del fatto che era sabato, eravamo andati a fare una “sgambata” con amici in bicicletta. Ci si era dati appuntamento tutti quanti verso le 15.00.

Esauriti i vari impegni familiari e di lavoro, il gruppo di amici si era ritrovato puntuale, e carico di voglia di pedalare. La sgambata era trascorsa, come al solito, come sempre, parlando del più e del meno, osservando un rigoroso silenzio quando lo sforzo raggiungeva il suo massimo, e sorridendo allegramente in vista del “traguardo”. Poi si era fatto tutti rotta verso casa, nuovamente in gruppo, questa volta con la testa già rivolta agli impegni che ci aspettavano nella settimana che stava arrivando. Il gruppo si era diviso, dopo essersi salutato serenamente, e ognuno aveva raggiunto casa in maniera solitaria e indipendente. Sembrava tutto finito. E forse, come disse qualcuno più tardi, era proprio così. Fu solo qualche ora più tardi, infatti, che noi tutti rimanemmo pietrificati davanti allo schermo televisivo, guardando qualcosa che non avremmo mai voluto vedere. Qualcosa che nemmeno avremmo mai potuto lontanamente immaginare.

Qualcosa di atroce. Iniziò un vorticoso giro di telefonate. Il gruppo si riunì in tarda serata. Con le famiglie. Si cenò in silenzio. I giornalisti alla tivù che parlavano e parlavano e parlavano e parlavano. Sullo sfondo carcasse d’auto accartocciate. E uno scenario apocalittico. Surreale. Quella che era un’autostrada, era ora, davanti ai nostri occhi, una cava di ghiaia. Le notizie si rincorsero per molto tempo. Ma il concetto era già molto chiaro. Troppo chiaro. Purtroppo. Nessuno di noi, di quelli che avevano partecipato alla sgambatina pomeridiana in bicicletta, riuscì a dire nulla di sensato. Quello che era successo era davvero troppo, per tutti. Qualche tempo dopo, una sola persona riuscì a dire le parole che si potevano e dovevano dire in un momento storico e politico come quello che stava vivendo l’Italia. Si trattò del giudice Antonino Caponnetto, che disse soltanto questo: “…è finito tutto…”. Aveva ragione.

