“Come detto, appena appreso il modo in cui vogliamo concludere questa settimana, Massimiliano usa l’aggettivo “mostruoso”. Pierangelo mi chiede quanti metri di dislivello sono previsti. 5000 rispondo io. “Orca!” esclama lui. Ci sta tutto. “Ma qui nessuno ha mai fatto una roba del genere” mi dice. “Appunto. Vengo io dalla Sicilia per farla”. Ma c’è un particolare. Io 5000 metri di dislivello li ho superati una volta sola in vita mia, nella pluricitata Oetztaler. E vengo da due tappe ravvicinate che mi hanno già messo nelle gambe 8500 metri di dislivello. Però la testa c’è, le incertezze precedenti alla partenza hanno lasciato il posto alla consapevolezza che ce la posso fare anche stavolta. Nei giorni scorsi ho domato montagne che sono entrate nella storia del ciclismo. Devo concludere ciò che ho cominciato. Partiamo. Ci sono 12 gradi, e io indosso la maglia a maniche lunghe, anche perché la salita entra subito nel vallone freddo, con le umide pareti scoscese che ci avvolgono. In mezzo solo il torrente Grana e la strada. Non c’è posto per nient’altro. La pendenza è ancora accessibile, il vero Fauniera inizia a Campomolino. Guardo il Garmin, il cui altimetro è il mio punto di riferimento, più del contachilometri. 1000 metri di quota. La vetta è posta 1500 metri più in alto, e a 15 chilometri da dove ci troviamo. Ancora 10% di pendenza media. È un ritornello ossessivo. Il Fauniera rientra a pieno diritto nel ristrettissimo club del 10%. Sembra un tasso di interesse fisso. Ma questa considerazione la faccio a posteriori davanti allo schermo del computer mentre scrivo”.
“Sulla bici penso solo a mettere il 34×29. Doppio tornante, entriamo a Campomolino, mentre alla nostra sinistra il Monte Bram ci osserva dall’alto, come osservava i corridori nel Giro del 1999. Di quella tappa ricordo nitidamente un’istantanea. L’elicottero vola nel vallone, alla stessa altezza della strada, che viene così ripresa di taglio. In fuga c’è Jimenez, il talentuoso scalatore della Banesto che vinse per primo sull’Angliru alla Vuelta. L’impressione è che la telecamera sia ruotata sul proprio asse, perché la strada è troppo inclinata verso l’alto. E invece no. La pendenza è proprio quella. Dietro di lui non c’è più nulla se non roccia. Impressionante. Ma alle sue spalle scatta Pantani, che lo va a riprendere a 4 chilometri dalla vetta, e lo stacca. Jimenez andrà in crisi e giungerà al traguardo con 20 minuti di ritardo, mentre Savoldelli raggiungerà Pantani dopo la folle discesa verso Demonte. Jimenez e Pantani. Questa salita unisce due grandi scalatori, accomunati nel loro destino. Morti a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, dopo essere sprofondati entrambi nella depressione. È un caso che il vero nome del Fauniera sia Colle dei Morti? Gli organizzatori del Giro preferirono utilizzare il nome della vicina Cima Fauniera, meno sinistro. Ma questo escamotage non servì a nulla. I due monumenti a Pantani sono posti su due delle salite in cui egli è stato consacrato. Il Mortirolo e il Colle dei Morti. Destino“.
“E intanto la strada si inerpica orribilmente su un costone roccioso dal quale ci riparano di tanto in tanto delle gallerie. La ringhiera bianca e arrugginita sulla mia sinistra sembra quella di una scala. La stessa impressione che mi darà dopo qualche ora la risalita del Vallone d’Elva. Altro che 10%. Dopo un tornantino sulla destra, all’altezza di una cappelletta, ci attende un tratto al 15%. Lo ricordo persino dalla visione del DVD delle Grandi Salite del Ciclismo. A vederli salire sembra tutto pedalabile. Certo, loro si fermano di tanto in tanto, ma comunque sono due ex professionisti e per quel giorno fanno solo quella. La valle ora si allarga d’incanto, c’è pure un brevissimo falsopiano dove Silvia mi passa un tramezzino, che inizio a mangiare morso dopo morso. E all’improvviso alla mia sinistra si apre un panorama che mi lascia con il boccone a metà. Immaginate uno scivolo semicircolare nelle giostre per i bimbi. Lo scivolo è il vallone, verdissimo, su cui si stagliano delle gigantesche rupi di roccia strappate alle Dolomiti, disseminate a destra e a sinistra, e dominate da un cielo blu cobalto nel quale la Luna all’ultimo quarto sta per tramontare. Spettacolare. Siamo a Chiotti, e la pendenza molla per qualche metro. Sopra di noi fa la sua comparsa il Santuario di San Magno, a 1761 metri di quota. Siamo nella zona in cui si produce il famoso formaggio Castelmagno. Doppio tornante e dopo aver sfiorato il Santuario si entra nella parte più bella della salita. La pendenza resta fissa sul 10%, mentre la strada si restringe sempre di più”.
“Nello studiare il Fauniera ero preoccupato dal fatto che se fossero scesi altri veicoli per Silvia sarebbe stato un problema salire con l’auto. Pierangelo però mi aveva rassicurato. “Sul Fauniera non passa nessuno”. Avrà in parte ragione. Siamo al 14 agosto, in una giornata strepitosa, e le ultime macchine le abbiamo incrociate a Campomolino. Abbiamo dalla nostra il vantaggio che è ancora presto, però in tutto tra salita e discesa vedrò non più di 10 macchine. Zero in salita e 10 in discesa, e con tutte sarà un incrocio rischioso. Ma qui siamo ancora in salita, e il Fauniera è tutto nostro. Dopo aver seguito il profilo della valle con un’ansa sul lato destro, la strada adesso si inerpica in direzione della Rocca Parvo, il primo degli speroni dolomitici che incombono su di noi nei chilometri finali del Fauniera. Superiamo quota 2000, tornante a destra, e adesso mancano 4,5 chilometri e 450 metri di dislivello. Non si scappa. Se non avessi avuto il 34×29 non sarei riuscito a scalare questa salita. Impossibile”.
“Adesso inizia il drittone che rappresenta forse il punto più temibile dell’intero Fauniera, perché stai salendo da parecchio, e queste pendenze fanno male. Ma io ho sofferto di più la durissima parte nella gola prima del Santuario, mentre qui ormai il passo è quello, e basta solo non andare fuori giri. Del resto salgo a 8 all’ora, come sull’Agnello. A 8 all’ora non c’è tanto da fare. Se sali a quell’andatura vuol dire che più forte non puoi andare. Se provi a forzare, salti. Quindi ti devi mettere il cuore in pace, e aspettare di arrivare in cima. Nel mio caso manca ancora mezz’ora. Dopodiché mica finisce lì. Magari. Oggi il tempo di luce residuo è più importante degli altri giorni. Già sul Sestriere siamo arrivati praticamente col buio, e se non ci sbrighiamo a Pian del Re con la luce non ci si arriva, se ci si arriva. Del resto dipende da me, visto che la tappa si svolge sulle mie andature”.
“Passiamo sotto la Rocca Negra, l’altro grande sperone dolomitico della valle. Siamo a 2 chilometri dall’Esischie. Qui è situata la Malga Martini, a 2100 metri, la più alta d’Europa. I maiali ci camminano intorno indisturbati, subito richiamati dall’abbaiare dei cani. La strada la taglia in due, ma gli animali non sono assolutamente turbati dal nostro passaggio. Serie di curve, la strada si restringe ancora, il fondo peggiora, ma tutto sommato da questo lato è ancora percorribile senza grossi problemi. Silvia ci aspetta al Colle d’Esischie, 2370 metri, mentre già da un chilometro ho visto il monumento a Marco Pantani in alto a sinistra, a ridosso della Cima Fauniera. Dall’Esischie il Giro transitò nel 2003, senza arrivare fino al Fauniera. 11 anni fa. Sento le voci degli spettatori intorno a me, mentre la pendenza nell’ultimo tratto aumenta nuovamente, oltrepassando il 10%”.
“Ma ormai sono quasi arrivato. Alla mia sinistra in fondo alla valle vedo uno scorcio di Pianura Padana. Sembra quasi a portata di mano. E intorno solo montagne, montagne, montagne. Niente alberi. Solo roccia. Il Fauniera ha mantenuto quello che prometteva. È una delle più belle salite delle Alpi, e arrivare quassù è un’impresa. Ecco Marco. Lo vedo di profilo, sul blocco di pietra che lo sorregge e che costituisce al tempo stesso la sua bici. Mi alzo sui pedali, l’ultimo sforzo, e sono in cima. Eccomi Marco, sono arrivato anche io. È stata dura, ma ce l’ho fatta. C’è solo un piccolo cartello in legno, posto nella curva che immediatamente scende verso Demonte. Nient’altro. C’è scritto Colle dei Morti, 2481 metri. È grande come un quaderno. E Marco lì a pochi metri che ti guarda, che guarda davanti a sé”.

“Ci raggiunge un altro ciclista che avevo visto dietro di noi lungo la salita, in lontananza. L’ultimo tratto l’ha percorso a zigzag. Il tempo di riprendere fiato e ci saluta. “Da dove siete saliti?” ci chiede. “Da Pradleves” rispondo io. “Ah. E ora tornate a valle?”. “Scendiamo a Marmora e poi saliamo sul Sampeyre” rispondo. “Ah. E’ dura” fa lui. “Ma mica finiamo lì. Arriviamo fino a Pian del Re”. Mi guarda come se fossi pazzo. Intanto sopraggiunge un motociclista attrezzato di tutto punto. Si ferma, tira su la visiera e ci chiede se da lì va bene per Demonte. “Sì, la strada è una sola, non può sbagliare” gli dico. “Accidenti se è dura. Ma come cazzo fate con le bici?” mi dice accennando un sorriso, dopodiché riparte e se ne va”.
