Zlatan Ibrahimovic è un grande campione e i suoi numeri in campo lo hanno sempre dimostrato. Il calciatore svedese del Milan sta per uscire con un nuovo libro “Adrenalina” e alla vigilia del lancio ha rilasciato un’interessante e lunga intervista al Corriere dello Sport, in cui si è messo a nudo, raccontando di se stesso, del suo ego, delle sue ansie, della sua vita, dalla morte del fratello alla prima volta in cui ha fatto l’amore.
Affermazioni forti, che confermano ancora una volte la forte personalità di Ibrahimovic: “se credo in Dio? No. Credo solo in me stesso. Non credo nemmeno nell’Aldilà. La vita è questa. Quando sei morto, sei morto. Non so neppure se voglio un funerale o una tomba, un posto dove far soffrire chi mi ha voluto bene“, ha affermato il calciatore rossonero, che dice anche poi di non essere superstizioso perchè “decido io come deve andare“.

Non è mancato poi un tuffo nel passato: “un bambino che ha sempre sofferto. Appena nato, l’infermiera mi ha fatto cadere da un metro d’altezza. Io ho sofferto per tutta la vita. A scuola ero diverso: gli altri erano biondi con gli occhi chiari e il naso sottile, io scuro, bruno, con il naso grande. Parlavo in modo diverso da loro, mi muovevo in modo diverso da loro. I genitori dei miei compagni fecero una petizione per cacciarmi dalla squadra. Sono sempre stato odiato. E all’inizio reagivo male. Con l’isolamento. Poi ho imparato a trasformare la sofferenza, e pure l’odio, in forza. Benzina. Se sono felice, gioco bene. Ma se sono arrabbiato, ferito, sofferente, gioco meglio. Da uno stadio che mi ama, prendo energia. Ma da uno stadio che mi odia, ne prendo molta di più“, ha raccontato prima di ripensare agli anni della guerra in Jugoslavia: “mio padre ne soffriva tantissimo. Ogni giorno arrivava la notizia della morte di una persona che conosceva. Lui aiutava i rifugiati. Però cercava di tenermi al riparo. Ha sempre tentato di proteggermi. Quando morì sua sorella, in Svezia, non mi lasciò andare all’obitorio. Però, quando è morto mio fratello Sapko, di leucemia, io c’ero. E mio fratello mi ha aspettato, ha smesso di respirare davanti a me. L’abbiamo sepolto con il rito musulmano. Papà non ha messo una lacrima. Il giorno dopo è andato al cimitero e ha pianto dal mattino alla sera. Da solo”.

Ibrahimovic ha poi svelato le sue difficoltà con le ragazze: “ero timidissimo. Al primo appuntamento mi ero scritto tutte le cose da dire; se la ragazza parlava d’altro, io le facevo lo stesso la domanda che mi ero segnato. Una figura penosa. Ho fatto tutto molto più tardi dei miei coetanei. La prima volta? A diciassette anni. Perché a diciassette anni per la prima volta sono uscito dal ghetto di Malmoe e sono andato in centro. Solo allora ho scoperto le svedesi come voi le immaginate: bionde, libere. Nel ghetto le ragazze avevano i capelli corti e il velo“. Non avevo ragazze non soltanto perché ero timido, ma perché ero innamorato di me stesso. In partita cercavo il numero da circo, perché avevo un ego più grande di tutti gli svedesi messi assieme. Sono cambiato in Italia. Dissi a Helena: dai proviamo, vieni con me a Torino, vediamo se funziona. Ha funzionato“.

Ibrahimovic ha aperto poi diverse parentesi sugli uomini che ha incontrato in Italia nella sua lunga carriera da calciatore, e si è soffermato su Moggi e sugli scudetti della Juventus: “con me è stato il top. Quegli scudetti li abbiamo vinti, e nessuno ce li può togliere. Nessuno può cancellare il sudore, la fatica, la sofferenza, gli infortuni, i gol. Per questo, quando dicono che in carriera ho vinto undici scudetti, li correggo: sono tredici. Moggi era uno che incuteva soggezione, anche se non a me“.
Sul suo ritorno in Italia ha poi svelato: “vedendo un documentario su Maradona avevo deciso di andare al Napoli, per fare come Diego: vincere lo scudetto. Ero stanco dell’America. Pensavo di smettere. Mino mi disse: sei matto, tu devi tornare in Italia. Con il Napoli era fatta; ma poi De Laurentiis cacciò Ancelotti. Allora chiesi a Mino: qual è la squadra messa peggio, che io posso cambiare? Rispose: ieri il Milan ha perso 5-0 a Bergamo. Allora è deciso, dissi: andiamo al Milan. È un club che conosco, una città che mi piace“.

Mentre sull’addio di Donnarumma al Milan ha affermato: “Gigio è un grandissimo portiere. Se gli avessero dato quel che chiedeva, sarebbe rimasto al Milan. Ora deve fare casino per essere titolare nel Psg. Non esiste che i sudamericani impongano quell’altro. Gigio è più forte“.
Infine ha mostrato un pizzico di debolezza e, dunque, di essere anche lui umano: “il futuro un po’ mi preoccupa. Con i 40 anni è arrivata un po’ d’ansia. Se farò l’allenatore? Non lo so, è così stressante… Farò qualcosa capace di darmi adrenalina. Ma finché reggo, faccio il centravanti. Voglio giocarmi lo scudetto fino all’ultima giornata. E andare al Mondiale in Qatar“.
