The Show Must Go On? Il calcio mondiale davanti alla crisi iraniana

Il grande spettacolo del calcio globale dovrebbe iniziare l’11 giugno tra Stati Uniti, Canada e Messico ma il contesto geopolitico è molto difficile

The show must go on”, cantavano i Queen nel 1991, trasformando quella frase in un inno alla resistenza di fronte alle difficoltà. Oggi quel titolo torna quasi inevitabilmente alla mente guardando alla situazione che circonda la FIFA World Cup 2026. Il grande spettacolo del calcio globale dovrebbe iniziare l’11 giugno tra Stati Uniti, Canada e Messico, ma il contesto geopolitico rischia di trasformare la festa dello sport in un banco di prova per diplomazia, politica e sicurezza internazionale.

La possibile assenza dell’Iran dal torneo non è più solo un’ipotesi marginale. La nazionale iraniana si era qualificata regolarmente, vincendo il proprio girone nelle qualificazioni asiatiche e conquistando la quarta partecipazione consecutiva al Mondiale. Tuttavia, la guerra in corso e le tensioni con Washington stanno creando un clima di forte incertezza.

Il nodo principale non è soltanto sportivo. L’Iran è infatti uno dei Paesi colpiti dal divieto di viaggio più restrittivo imposto dall’amministrazione di Donald Trump attraverso un ordine esecutivo. Formalmente le delegazioni delle squadre sono escluse dal provvedimento, ma per sponsor, dirigenti e funzionari governativi le autorizzazioni vengono valutate caso per caso dal Dipartimento di Stato.

Nel frattempo, segnali concreti alimentano i dubbi. L’Iran è stato l’unico Paese qualificato a non partecipare al recente vertice organizzativo della FIFA ad Atlanta. Un’assenza che pesa, soprattutto mentre il conflitto militare nella regione continua a intensificarsi.

Il presidente della federazione calcistica iraniana, Mehdi Taj, non ha nascosto il pessimismo: la violenza degli attacchi e la prospettiva di una risposta militare rendono difficile guardare al torneo con serenità. In altre parole, il calcio rischia di diventare una vittima collaterale di tensioni ben più grandi.

Se l’Iran dovesse davvero ritirarsi, si tratterebbe di un precedente storico. In epoca moderna non è mai successo che una nazionale già qualificata rinunciasse alla fase finale di un Mondiale.

Il regolamento della FIFA è però chiaro su alcuni punti. Una federazione che si ritira entro 30 giorni dalla prima partita può essere multata per almeno 250 mila franchi svizzeri; la cifra raddoppia se la rinuncia arriva più tardi. Oltre alla multa, verrebbero restituiti i contributi ricevuti per la preparazione.

Ma la questione più interessante riguarda la sostituzione. Il regolamento lascia ampia discrezionalità alla FIFA: il Council dell’organizzazione può decidere liberamente come riempire il posto vacante.

Secondo Evelina Christillin, ex membro del board FIFA, la scelta più probabile cadrebbe su una nazionale asiatica, come Iraq o Emirati Arabi Uniti. L’ipotesi di un ripescaggio dell’Italia, ventilata da qualcuno, appare invece molto poco realistica.

Nel sorteggio del torneo, l’Iran era stato inserito nel gruppo G insieme a Belgium, Egypt e New Zealand. Le partite sarebbero dovute disputarsi tra Los Angeles e Seattle, due città simbolo del calcio negli Stati Uniti.

La prospettiva di una modifica del gruppo, a pochi mesi dall’inizio della competizione, dimostra quanto fragile possa essere l’equilibrio tra sport e politica internazionale.

Lo spettacolo deve continuare?

Il calcio ha sempre provato a raccontarsi come uno spazio neutrale, capace di unire popoli e culture. Eppure la storia dimostra che i grandi eventi sportivi non sono mai davvero isolati dalla realtà del mondo.

Se l’Iran dovesse rinunciare, il Mondiale proseguirà comunque. Gli stadi si riempiranno, le televisioni trasmetteranno, milioni di tifosi seguiranno ogni partita. Proprio come suggerisce il titolo dei Queen: lo spettacolo deve continuare.

Ma la domanda più importante rimarrà sospesa sopra il torneo: può davvero continuare come se nulla fosse? Perché quando la geopolitica entra in campo, anche il calcio più globale del pianeta scopre di non essere immune dalle crepe della storia.