Terremoto FIGC, il paradosso di Malagò: commissariato da presidente, torna da commissario

Il CONI commissaria la Federcalcio per un'irregolarità nell'elezione del presidente, ma affida la gestione straordinaria proprio a Giovanni Malagò

Il CONI commissaria la Federcalcio per un’irregolarità nell’elezione del presidente, ma affida la gestione straordinaria proprio a Giovanni Malagò. Una vicenda surreale, tra scontri istituzionali, compromessi e nuove elezioni fissate per il 14 dicembre. Il calcio italiano cambia tutto per ritrovarsi, almeno per il momento, con lo stesso uomo al comando.

C’è qualcosa di profondamente paradossale in quello che sta accadendo ai vertici del calcio italiano. Una storia che, raccontata a chi non conosce le dinamiche dei palazzi dello sport, potrebbe sembrare uno scherzo. E invece è tutto vero: Giovanni Malagò non può più essere presidente della FIGC, ma può essere commissario straordinario della stessa Federazione. In sostanza, viene sollevato da un incarico per ritrovarsi immediatamente a svolgerne un altro, nella medesima istituzione e con poteri differenti.

È l’ultimo capitolo di una crisi istituzionale che ha coinvolto la Federazione Italiana Giuoco Calcio, il CONI e il mondo politico, trascinando il pallone nazionale in una controversia che poco ha a che fare con i risultati sul campo e moltissimo con le regole, gli equilibri di potere e la gestione dello sport.

Il 6 ottobre 2026 la Giunta Nazionale del CONI ha approvato all’unanimità il commissariamento della FIGC, nominando proprio Malagò commissario straordinario. Una decisione successivamente ratificata dal Consiglio Nazionale, con un obiettivo preciso: tornare alle urne e procedere a una nuova elezione del presidente federale.

Ma per capire perché si sia arrivati a una soluzione tanto singolare bisogna tornare indietro di qualche mese.

Tutto comincia il 22 giugno 2026, quando Giovanni Malagò viene eletto presidente della FIGC al primo scrutinio, ottenendo il 68,58% delle preferenze contro il 29,17% di Giancarlo Abete.

Un risultato netto, che sembrava consegnare all’ex presidente del CONI un mandato forte per rilanciare il movimento calcistico italiano dopo una stagione di profonde delusioni.

Malagò succede a Gabriele Gravina, alla guida della Federazione per otto anni, e si presenta con l’ambizione di affrontare i problemi strutturali del sistema: dai rapporti con la politica alle infrastrutture, fino alla necessità di restituire competitività al calcio nazionale.

La sua elezione, però, nasconde un problema destinato a esplodere successivamente. Al momento della candidatura Malagò non risultava tesserato alla FIGC, requisito ritenuto necessario dagli organi di controllo sportivi per poter concorrere alla presidenza.

Ed è proprio su questo punto che nasce il contenzioso. Non vengono messi in discussione i numeri ottenuti nell’assemblea elettiva, né il consenso delle componenti federali, ma la regolarità della candidatura a monte.

Un dettaglio apparentemente burocratico che diventa una questione istituzionale di primaria importanza. Perché nello sport, come in qualsiasi sistema organizzato, anche il consenso più ampio deve confrontarsi con il rispetto delle regole.

È qui che la vicenda assume contorni quasi grotteschi. Se l’elezione di Malagò presenta un vizio relativo ai requisiti di candidatura, la soluzione più naturale sembrerebbe quella di affidare temporaneamente la Federazione a una figura diversa, in attesa di nuove elezioni.

Il CONI, invece, sceglie un’altra strada: commissaria la FIGC ma nomina commissario proprio il presidente la cui elezione è stata contestata.

Il risultato è che Malagò perde la legittimazione derivante dalla precedente elezione, ma continua a guidare la Federazione grazie a un nuovo e differente incarico conferitogli dal CONI.

Sul piano giuridico, le due posizioni sono distinte. Il presidente è espressione del voto delle componenti federali, mentre il commissario straordinario riceve un mandato temporaneo dall’organismo sovraordinato per gestire una fase eccezionale e ripristinare la regolarità istituzionale.

Sul piano dell’immagine, però, la distinzione è molto meno semplice da spiegare. Per un tifoso che segue le partite ogni domenica, che soffre per la propria squadra e che vorrebbe vedere un movimento calcistico finalmente capace di guardare al futuro, la domanda viene quasi spontanea: se Malagò non poteva essere eletto presidente, perché può continuare a guidare la FIGC come commissario?

La risposta formale sta nella diversa natura degli incarichi. Quella politica, invece, racconta un compromesso costruito per evitare uno scontro ancora più duro tra le istituzioni sportive.

Dietro la decisione del CONI c’è infatti una battaglia istituzionale che ha visto protagonisti Giovanni Malagò e Luciano Buonfiglio, attuale presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano.

Da una parte la necessità, sostenuta dal vertice del CONI, di intervenire davanti a un’irregolarità ritenuta incompatibile con le norme federali. Dall’altra la posizione di Malagò e di chi riteneva eccessivo, oltre che destabilizzante, cancellare gli effetti di un’elezione così nettamente orientata.

La Lega Serie A aveva espresso il proprio sostegno a Malagò, contestando l’opportunità del commissariamento e temendo conseguenze negative sulla stabilità del sistema calcistico.

Si è arrivati così a una mediazione maturata nelle ore precedenti alla riunione decisiva del 6 ottobre. Buonfiglio ha ottenuto il commissariamento, riaffermando il principio secondo cui le regole devono essere rispettate. Malagò, invece, ha conservato la guida operativa della Federazione e la possibilità di presentarsi nuovamente alle elezioni.

Nessuna rottura definitiva, dunque. Ma neppure una vera riconciliazione. Lo stesso Malagò, commentando la conclusione della vicenda, ha parlato di una situazione “triste e imbarazzante”, rivendicando al tempo stesso la propria condotta e definendo la soluzione raggiunta “una vittoria del buonsenso e della logica delle cose”.

La sensazione è che il sistema sportivo abbia trovato una via d’uscita dalla crisi immediata, senza riuscire a cancellare le tensioni che l’hanno provocata.

La scelta di affidare il commissariamento allo stesso Malagò non ha però convinto tutti. Tra le voci più critiche c’è quella di Angelo Binaghi, presidente della Federazione Italiana Tennis e Padel, che ha espresso pubblicamente la propria perplessità.

“È la prima volta che vedo una cosa del genere, oggi il Coni vale molto meno”, ha dichiarato Binaghi, mettendo in discussione la credibilità istituzionale della decisione.

La sua posizione evidenzia il punto più delicato dell’intera vicenda: un commissariamento dovrebbe rappresentare una discontinuità rispetto alla gestione precedente, mentre in questo caso la continuità è stata addirittura garantita dalla scelta della stessa persona.

Ma c’è anche un’altra lettura. Per i sostenitori dell’accordo, Malagò non sarebbe il responsabile materiale dell’irregolarità, bensì il protagonista di una vicenda amministrativa gestita male. Affidargli il compito di riportare la Federazione alle urne permetterebbe quindi di rispettare le regole senza compromettere il percorso di rilancio avviato a giugno.

Due interpretazioni profondamente diverse, che raccontano quanto sia difficile trovare un equilibrio tra legalità formale, rappresentanza democratica e stabilità delle istituzioni sportive.

Archiviata la battaglia sul commissariamento, si apre adesso quella per il futuro della Federazione. La data individuata per le nuove elezioni FIGC è lunedì 14 dicembre 2026, con l’assemblea prevista alle ore 11 all’Hilton Rome Airport di Fiumicino. Il CONI aveva inizialmente stabilito il termine massimo del 31 gennaio 2027, ma Malagò ha scelto di accelerare.

Il commissario straordinario potrà ricandidarsi alla presidenza, questa volta assicurandosi di soddisfare il requisito del tesseramento che ha provocato l’intera crisi. Secondo le ricostruzioni pubblicate il 7 ottobre, Malagò punta nuovamente alla presidenza, con il sostegno della Serie A, mentre Giancarlo Abete non sarebbe intenzionato a ripresentarsi. Questo potrebbe favorire una candidatura senza avversari, anche se la situazione dovrà essere confermata alla scadenza dei termini per la presentazione delle candidature.

Nel frattempo il commissariamento produce conseguenze concrete. Il Consiglio federale è decaduto e sarà necessario ricostituire gli organi elettivi. Potrebbero esserci cambiamenti anche negli equilibri amministrativi della FIGC, a cominciare dalla posizione del segretario generale Marco Brunelli, finito al centro delle riflessioni sulla procedura che aveva consentito la candidatura di giugno. Non si tratta, però, di un avvicendamento già deciso.

Ecco perché sarebbe sbagliato liquidare tutto come una semplice formalità. Malagò resta al comando, ma attorno a lui l’assetto federale dovrà essere ricostruito.

Mentre nei palazzi si discute di tessere, regolamenti e incarichi, il calcio italiano continua ad avere problemi assai più complessi. La Nazionale italiana cerca una nuova identità dopo anni difficili e tre mancate qualificazioni consecutive ai Mondiali. Il movimento deve tornare competitivo sul piano internazionale, investire nei giovani e rendere più solido il rapporto tra il calcio professionistico e quello di base.

E poi c’è la questione degli stadi italiani, molti dei quali necessitano di interventi importanti. L’organizzazione degli Europei 2032, assegnati congiuntamente a Italia e Turchia, rappresenta una grande opportunità, ma richiede decisioni, investimenti e infrastrutture adeguate.

Proprio in queste settimane la FIGC è impegnata nell’iter di selezione delle cinque sedi italiane della manifestazione, un passaggio che intreccia valutazioni tecniche, interessi territoriali e rapporti con le amministrazioni pubbliche.

Malagò aveva promesso di affrontare questi problemi dopo la propria elezione. Adesso dovrà cercare di portarli avanti mentre gestisce una transizione istituzionale che, inevitabilmente, sottrae energie alla programmazione.

La contraddizione è evidente: il calcio italiano ha bisogno di riforme profonde, ma una parte significativa della sua classe dirigente è costretta a concentrarsi ancora una volta sulle proprie vicende interne.

Il punto più interessante della vicenda, in fondo, non riguarda soltanto Giovanni Malagò. Riguarda un sistema che fatica a rinnovarsi e che, anche davanti a una crisi istituzionale, sceglie la strada della mediazione piuttosto che quella di una rottura definitiva.

Malagò era stato eletto per cambiare il calcio italiano. La sua elezione è stata contestata per un requisito formale. La Federazione è stata commissariata. Il commissario è diventato Malagò. E il prossimo presidente potrebbe essere ancora Malagò.

Non è difficile capire perché, agli occhi di molti appassionati, tutto questo possa apparire incomprensibile. Naturalmente sarebbe ingeneroso ridurre l’intera vicenda a una commedia. Le regole contano e devono essere rispettate, indipendentemente dalla popolarità di un dirigente o dalla quantità di voti ricevuti. Ma conta anche la capacità delle istituzioni di trasmettere fiducia, coerenza e credibilità.

Il commissariamento della FIGC è formalmente una soluzione alla crisi, ma politicamente lascia aperte molte domande.

La prima riguarda il rapporto tra CONI e Federcalcio, uscito inevitabilmente segnato da settimane di tensioni. La seconda riguarda la capacità di Malagò di ricostruire un clima di collaborazione con tutte le componenti del movimento. La terza, forse la più importante, è capire se questa vicenda finirà per rallentare ulteriormente quelle riforme di cui il calcio italiano ha bisogno da troppo tempo.

Il 14 dicembre potrebbe arrivare una nuova investitura elettorale e il ritorno alla normalità istituzionale. Ma il vero successo non sarà semplicemente avere un presidente regolarmente eletto.

Sarà dimostrare che, oltre agli incarichi e alle poltrone, esiste finalmente un progetto capace di restituire entusiasmo e prospettive al calcio italiano.

Perché alla fine, mentre nei palazzi si decide chi deve guidare la Federazione, milioni di tifosi continuano a chiedere una cosa molto più semplice: tornare a vedere un’Italia che vince, stadi moderni, giovani valorizzati e un sistema calcistico all’altezza della propria storia.

E invece, per il momento, il calcio italiano si ritrova davanti a un’immagine difficile da dimenticare: quella di un presidente che viene commissariato e che, subito dopo, riceve l’incarico di commissariare la propria Federazione.

Un paradosso tutto italiano, che il prossimo voto potrà risolvere sul piano formale. Ma per risolvere i problemi del calcio servirà molto di più.