Giorgia Rossi, Marco Cattaneo e Marco Russo hanno incontrato l’amministratore delegato dell’Inter, Giuseppe Marotta, in due luoghi speciali per la sua storia. A Varese, la città dove è nato e dove è iniziata la sua carriera e a Milano, la città del suo presente.
“Marotta Masterclass” è il racconto realizzato da DAZN (Attiva ora/Abbonati ora a DAZN a 29.99 euro/mese. Disdici quando vuoi), tra curiosità e aneddoti, della storia di un ragazzino partito dallo stadio Franco Ossola e diventato il miglior dirigente calcistico italiano.
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Giuseppe Marotta: L’abbiamo chiamato non sapendo che era a cena, però l’abbiamo chiamato in quel momento, Simone chiaramente era un po’ imbarazzato. Gli abbiamo dato il tempo di concludere la cena e devo dire in questo caso la tempestività e l’intuizione da parte di Piero Ausilio e mia è stata quella che ci ha portato poi a prendere una decisione e a fargli sottoscrivere un accordo velocissimamente nel rispetto comunque di un dirigente, di un presidente come Lotito che sicuramente non l’ha inteso come sgarbo. Direi invece che quando un allenatore, un giocatore sta troppi anni in una squadra come il caso di Simone Inzaghi, che è stato vent’anni tra giocatori e allenatore, è giusto che trovi un’esperienza diversa, un’esperienza di crescita.

Gli esordi di Giuseppe Marotta
G.M: Calciatore, allenatore, dirigente giornalista, ecco diciamo quando ho cominciato a stringere ho eliminato il calciatore perché ero scarso, ho eliminato l’allenatore perché era difficile arrivarci e allora sono rimaste due: dirigente o giornalista, e quindi in quel momento in cui dovevo decidere ho voluto fare esperienza di tutti e due. Mi dilettavo anche in un giornale locale di Varese a fare l’opinione del lunedì. Mi dilettavo a rivivere lunedì e martedì nella mia stanza di casa queste trasmissioni e mi piaceva imitarle perché era una forma sia di rievocazione di ciò che era avvenuto la domenica e sia anche perché mi serviva come allenamento propedeutico a quello che doveva o poteva essere la mia attività.

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G.M: È chiaro che quando tu acquisti un giocatore devi fare una valutazione a 360° sia dal punto di vista bilancistico, economico e finanziario che sportivo. Io ho fatto delle mie considerazioni. È veramente leggenda quando si dice che ci sono stati dei contrasti su questa operazione, assolutamente no. È giusto che in un contesto dirigenziale ci sia una contrapposizione di opinioni.
Prima di prendere Simone Inzaghi c’è stato un tentativo con Max Allegri
G.M: Un contatto sì, devo dire la verità, è stato fatto. Anche perché non immaginavamo che ci fosse la disponibilità di Simone Inzaghi. Quindi Allegri l’abbiamo contattato perché in quel momento era libero e rappresentava sicuramente un profilo interessante.

Il calciatore a cui Giuseppe Marotta ha voluto bene come un figlio
G.M: Cassano – nonostante adesso i rapporti siano un po’ più tesi – è un ragazzo a cui ho voluto bene perché ho conosciuto, e tutti lo sanno, la sua storia. Il fatto di essere arrivato, salendo su un palcoscenico importante, nonostante le avversità della vita, depone come di un ragazzo che per perseveranza è riuscito ad arrivare in alto e quello mi ha legato e mi ha affascinato. Poi ripeto, quello che si prova non necessariamente deve essere corrisposto dall’altra persona.
Giuseppe Marotta gli inizi
G.M: Sono entrato nello spogliatoio da aiutante di bottega che avevo dodici anni e anche qua, dove praticamente si è vissuta una parte della storia del Varese, perché prima era da un’altra parte dello spogliatoio, proprio alle mie spalle c’era lo stanzino del calzolaio. Perché allora, dal punto di vista anche tecnico, gli strumenti che avevamo, quindi gli scarpini dei giocatori, erano molto diversi da quelli di oggi, per cui il calzolaio era un elemento importante.
La sua squadra del cuore di Marotta
G.M: Possiamo fare un modulo 4-4-2. Sicuramente metterei Buffon, è il portiere che ha rappresentato l’icona del calcio, quindi non si discute da questo punto di vista…posso mettere un giocatore che magari mi ha impressionato che è Lichtsteiner. Poi come libero metterei Luca Pellegrini, che è stata una delle altre mie piccole operazioni dal Varese alla Samp. Come terzino sinistro potrei mettere un Maldera, che mi è sempre piaciuto. Sto seguendo quello che sono state un po’ le mie operazioni. Centrale posso mettere chiaramente Chiellini. Poi metto Pirlo che è quello che ha rappresentato moltissimo per me, a mio giudizio fa parte di quella categoria dei leader silenziosi che magari non amano tanto parlare, però con lo sguardo ti comunicano tante cose. Vidal è un altro giocatore che sicuramente ha dato moltissimo. Qua Del Piero come numero 10, sicuramente, mi viene in mente anche Recoba, che è stato sicuramente un’esperienza bellissima, perché un Venezia spacciato ha ritrovato poi attraverso lui la forza di risalire e salvarsi. Devo dire forse nella mia storia è stato l’elemento più determinante nel cambiamento di un risultato finale. Per affetto metterei Anastasi, perché a lui mi lega un rapporto emozionale che è nato dal fatto che io ero raccattapalle quando lui arrivò dalla Massimiliana, che è una realtà piccola di Catania, arrivò nel grande calcio: epico e vi ricordo sicuramente quel 5-0 inflitto dal Varese alla Juventus, in cui era protagonista, che poi l’ha portato anche a diventare un po’ l’emblema del tifo bianconero, perché lui rappresentava il picciotto arrivato dal sud in quella Juventus che era fatta di migrazioni, gente che veniva a Torino per lavorare nella Fiat, lui era proprio il più rappresentativo. Poi qua potrei mettere un bel Lodetti, per mischiare un po’ le due situazioni.
Il goal più importante di tutta la carriera da dirigente di Marotta
G.M: Sicuramente se guardiamo per dire, quello più determinante è quello di Sanchez. Fai goal: vinci. Poi il resto è un insieme, magari hai vinto delle finali, ma il risultato di uno due tre a due ma mai all’ultimo momento. Credo che veramente quello di Sanchez nel mio, tra virgolette, modesto palmares, è quello che sicuramente ha lasciato un emblema più forte.
Il miglior colpo sul mercato della carriera di Marotta
G.M: Devo dire che il mio colpo sicuramente considerando l’andata e il ritorno, cioè come è arrivato e come è uscito è Pogba, in assoluto. È arrivato a zero, rivenduto allo stesso club per 110 milioni, qualcosa di inusuale. E devo dire che solo il grande coraggio dei dirigenti del Manchester che, tra virgolette, hanno anche ammesso questa situazione, una cosa abbastanza unica nel calcio.
Il presidente più calcisticamente competente che ha avuto
G.M: Sicuramente Zamparini. Zamparini era un presidente che entrava molto nelle vicende calcistiche.
L’acquisto di Zamparini del Palermo, merito anche di Marotta
G.M: Sì, è una storia molto lunga, perché Zamparini, quando io arrivai nel 2001 alla Sampdoria, stava rilevando il Genoa, il che rappresentava per noi Sampdoria un elemento di grande concorrenza perché si era in B quell’anno. E quindi il fatto di avere un Zamparini significava che una delle tre poltrone per andare in Serie A poteva essere occupata da lui. “Allora ti voglio dire che ho comprato Genova e quindi ti farò vedere io” – Giuseppe Marotta imita Zamparini. L’ho incentivato a spostarsi su Palermo. Era una piazza altrettanto importante quel Palermo che era di proprietà del presidente Sensi, allora proprietario della Roma (2002)
La canzone della vita di Marotta e altri aneddoti
G.M: ho amato un cantautore che è scomparso anche molto presto: Battisti. Lucio Battisti è quello che ha avuto una serie di canzoni che mi hanno anche formato perché era il periodo dell’adolescenza. Ho fatto il liceo classico Cairoli a Varese, era molto difficile, era una scuola molto rigida, ho avuto compagni anche famosi, tra cui Bobo Maroni, che poi è diventato politico, Ministro dell’Interno, c’erano personaggi davvero importanti. Io ero chiaramente appassionato di sport, per cui mentre lui (ndr. Maroni) veniva a scuola con i quotidiani tradizionali, io andavo con la Gazzetta.
Le caratteristiche che servono per essere un grande dirigente secondo Marotta
G.M: Innanzitutto l’umiltà, io ho trascorso metà della mia vita calcistica ad ascoltare. Oggi parlo troppo, perché sono nell’età in cui sento di trasmettere quello che so; i primi approcci, i primi contatti, le prime cene con i colleghi, li ho fatti come ragazzo di bottega che voleva imparare e stavo sempre zitto, sia per una forma di rispetto sia perché volevo “imparare” tutte le caratteristiche (ndr. di un grande dirigente).
Quindi saper ascoltare è una caratteristica della leadership, quella dell’esempio è un altro elemento, un’altra virtù che tu devi dare. Se tu pretendi dagli altri qualcosa devi essere in grado anche di darlo. Quindi l’esempio è sicuramente fondamentale. La fiducia è un rapporto anche quello che devi stabilire assolutamente con i tuoi diretti collaboratori e poi se vuoi vincere devi avere anche il coraggio, il coraggio di decidere, il coraggio di agire. Il coraggio di sapere che quando si parte per una partita si vince e si perde.
I sogni di Giuseppe Marotta
G.M: Io ho ricevuto molto e ho dato molto, ma soprattutto ho ricevuto tanto nella mia prima fase della vita. Adesso è giusto che anch’io dia qualcosa agli altri. I sogni li ho, li ho sempre, se anche non si riescono a raggiungere bisogna avere la forza e la capacità di crearsi dei nuovi. Nella vita mi sento appagato, ho raggiunto quello che volevo raggiungere e penso di essere quasi vicino ad aver dato tutto nel ruolo dirigenziale, per cui la prossima esperienza che mi piacerebbe fare, ma qui c’è ancora il tempo che ci separa, è quella di una mia attività politica sportiva. Per poter dare un contributo di crescita al nostro movimento sportivo, e principalmente quello calcistico, perché secondo me purtroppo in Italia lo sport è ancora poco apprezzato e considerato.

