Ogni volta che lo vedo penso sia un replicante. Anzi, ne sono convinto: quello che vedo oggi in tivù non è Bruno Pizzul, ma una sua replica fedelissima, in tutto e per tutto. Non può essere Bruno. È impossibile. Impossibile perché Pizzul divenne telecronista nel 1969. Sì, avete letto bene: 1969. Tempo di rivoluzioni: studentesche, sessuali, musicali. Anni fatti di zampe d’elefante, capelli lunghi, amore libero. E Pizzul, in quei tempi così ribelli che fa? Si iscrive a un concorso per telecronisti, nella RAI di allora. La leggenda vuole che Bruno Pizzul, nel mesozoico 1970, sia già in Messico a raccontare per gli italiani i Mondiali di Calcio. Seguiranno, nel corso dei decenni, avvenimenti più o meno storici che gli italiani ricordano essere stati commentati dalla voce inconfondibile di Bruno Pizzul: mondiale tedesco del 1974 (Germania Ovest contro Germania Est), Argentina ’78 (la Francia senza magliette e quei 45 minuti di ritardo da riempire a parole), il 29 maggio 1985 (quei 39 morti del settore Z all’Heysel, una ferita mai suturata), la finale dei rigori a Pasadena (la voce incrinata sull’errore di Baggio), la finalissima di Rotterdam contro la Francia a Euro 2000 (il maledetto Golden Gol), e ancora gol, passaggi, parate, rigori. Tutto molto bello, come ama dire Pizzul. Tutto molto bello, davvero. Ma non mi inganni, caro Bruno. Hai iniziato a parlare di calcio durante la fantastica primavera del 1969. Devi per forza essere una replica. O no?
Storie di mitici telecronisti: Bruno Pizzul, da improbabile figlio dei fiori a possibile replicante
Dai Mondiali di Germania 1974 agli Europei francesi del 2000, una sola inconfondibile voce ad accompagnare le gesta dei calciatori, quella del mai "passato" Bruno Pizzul

