Se c’era una cosa sicura, negli sport di squadra, prima dell’Inter di Mancini, era questa: “squadra che vince, non si cambia”. Si trattava di molto di più che una certezza: era un comandamento. E chi osava trasgredire il comandamento, pagava sempre a caro prezzo la sua dissennata scelta. La regola ferrea valeva per il calcio, per il basket, per la pallavolo, per l’hockey, per la pallanuoto. E per tutto il resto. La squadra che vinceva, e i suoi titolari, si garantivano con le vittorie una specie di “intoccabilità” alla quale l’allenatore stesso difficilmente poneva fine.
Mettiamola così: ci voleva proprio una catastrofe perché un coach decidesse di “cambiare” la formazione “in auge”. Altrimenti, e per campionati interi, che fosse un “undici” o un “quintetto”, i nomi di chi giocava venivano scolpiti, a forza di ripetere sempre gli stessi, nelle memorie dei tifosi. Dalla regola “squadra che vince non si cambia” nascono le leggende. E da questa certezza scaturisce il motivo per cui, ancora oggi, tifosi novantenni snocciolano a memoria, senza dubbi, la formazione della squadra vincitrice del campionato di quando loro erano ancora giovincelli imberbi. Potere del “non cambiamento!”. Non vi è mai capitato in un bar vista mare, di sentire declamare ad alta voce da qualche anziano signore la formazione del Cagliari? Albertosi, Martiradonna, Niccolai, Domenghini, Cera, Riva… Tutti nomi difficili da dimenticare. Erano, e forse sono ancora loro, “Il Cagliari”.

La stessa cosa può succedere a Torino, e in questo caso un po’ in tutta Italia, quando si parla di una certa Juventus: la Juventus del “blocco Trap”. Eccoli i nomi, imparati a memoria e mai più dimenticati, in ordine sparso ma non troppo: Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli, Rossi, Platini, Boniek, Bettega. Che sensazione rileggere e ripetere certi nomi!
A proposito di nomi: potrà mai dimenticare questi nomi un tifoso milanista: Baresi, Maldini, Tassotti, Costacurta, Ancelotti, Donadoni, Rijkaard, Gullit, Van Basten? È il Milan immortale di Sacchi. Impossibile scordarlo.

La stessa cosa si potrebbe fare con l’Inter del triplete, alla cui guida stava lo Special One: Julio Cesar, Maicon, Lucio, Chivu, Samuel, Zanetti, Cambiasso, Sneijder, Eto’o, Milito. Questi i nomi che il tifoso nerazzurro non potrà mai dimenticare. Eppure la rivoluzione arriva proprio da qui, da Milano. Dall’Inter. Perché è proprio dalla panchina nerazzurra che è arrivata la rivoluzione, l’abiura del dogma e il capovolgimento della regola: “squadra che vince, si cambia!”.
Ebbene sì. Roberto Mancini ha dato un calcio alle vecchie leggi del calcio, mandando in campo la sua Inter ogni volta con un 11 diverso. Tutti adesso applaudono ed evidenziano i “plus” di questa scelta delicata e controcorrente. Siamo sicuri, però, che ai primi venti contrari, gli integralisti del vecchio motto “squadra che vince non si cambia” non tarderanno a farsi sentire. Mancini e la sua Inter sono avvisati.

