Mondiali 2026, il nuovo format è già un caso: eliminazioni anticipate e gironi svuotati

Il peso decisivo degli scontri diretti rispetto alla differenza reti sta cambiando la fase a gironi: alcune nazionali sono già fuori dopo due partite, altre hanno blindato il primo posto con un turno d’anticipo.

Il Mondiale 2026, il primo della storia a 48 squadre, doveva allargare la competizione, aumentare il numero di Paesi coinvolti e rendere più inclusiva la fase finale. In parte lo ha fatto. Ma dopo appena due giornate della fase a gironi è emerso anche il rovescio della medaglia: il nuovo sistema, unito alla diversa gerarchia dei criteri di spareggio, sta producendo un effetto collaterale tutt’altro che secondario. Alcune nazionali si ritrovano già eliminate prima ancora di disputare l’ultima partita, mentre altre hanno già blindato il primo posto nel girone con un turno d’anticipo.

Il caso più evidente riguarda Haiti, Turchia, Tunisia, Giordania e Panama: tutte già matematicamente fuori dopo due incontri. Non si tratta soltanto di squadre a zero punti o in grave ritardo in classifica. Il punto decisivo è un altro: anche vincendo l’ultima gara, non avrebbero comunque la possibilità di scavalcare le rivali dirette, perché il regolamento assegna priorità agli scontri diretti rispetto alla differenza reti generale.

È qui che il Mondiale allargato mostra una crepa competitiva. L’ultima giornata della fase a gironi, tradizionalmente uno dei momenti più ricchi di tensione, calcoli e ribaltamenti, rischia in alcuni casi di trasformarsi in una sequenza di partite sbilanciate sul piano motivazionale. Da una parte squadre ancora in corsa per il primato, per il secondo posto o per rientrare tra le migliori terze; dall’altra nazionali già fuori da ogni scenario utile, senza più nulla da guadagnare se non l’orgoglio, il ranking e l’immagine internazionale.

Il confronto con il Mondiale 2022 è inevitabile. In Qatar, dopo due giornate, soltanto Qatar e Canada erano già eliminate. Tutte le altre nazionali conservavano almeno una possibilità, anche minima, di qualificarsi agli ottavi. Nel 2026, invece, il nuovo impianto a 12 gironi da quattro squadre, con accesso ai sedicesimi per le prime due e per le otto migliori terze, ha moltiplicato le combinazioni ma non necessariamente l’incertezza interna a ogni gruppo.

Il nodo è nei criteri di spareggio. Nelle precedenti edizioni, la differenza reti complessiva aveva un peso prioritario. Questo significava che una squadra sconfitta in uno scontro diretto poteva ancora ribaltare la situazione vincendo largamente l’ultima partita e migliorando il proprio saldo gol. Nel 2026, invece, il primo criterio in caso di arrivo a pari punti è rappresentato dai punti ottenuti negli scontri diretti tra le squadre coinvolte. Solo dopo entrano in gioco la differenza reti negli scontri diretti, i gol segnati negli scontri diretti, la differenza reti generale, i gol totali, il fair play e infine il Ranking FIFA.

La conseguenza è semplice ma pesante: perdere contro una rivale diretta può diventare una condanna anticipata. È il caso della Turchia nel Gruppo D. Anche vincendo l’ultima partita, la nazionale turca non può più raggiungere il terzo posto utile, perché ha perso gli scontri diretti contro le squadre che avrebbe potuto agganciare. Lo stesso meccanismo riduce o annulla le ambizioni di altre squadre già battute nei duelli chiave.

Il regolamento produce anche l’effetto opposto: non solo elimina prima, ma promuove prima. Messico, Stati Uniti, Germania e Argentina hanno già la certezza di chiudere in testa i rispettivi gruppi, indipendentemente dall’esito dell’ultima giornata. Il Messico, ad esempio, può permettersi anche una sconfitta senza temere il sorpasso della Corea del Sud, già battuta nello scontro diretto. Lo stesso vale per la Germania rispetto alla Costa d’Avorio e per l’Argentina nei confronti delle inseguitrici del proprio girone.

Questa dinamica introduce un elemento nuovo nella lettura del torneo: non basta più guardare punti, gol fatti e differenza reti. Bisogna ricostruire la mappa degli scontri diretti, capire chi ha battuto chi, quali squadre possono ancora agganciarsi e quali invece sono già bloccate da un precedente risultato. Il Mondiale diventa più complesso da seguire, ma non sempre più emozionante.

Il rischio è quello di un “biscotto matematico”, non nel senso classico del termine — cioè un accordo tacito tra due squadre per ottenere un risultato conveniente — ma come effetto involontario del regolamento. Alcune partite possono diventare meno competitive non perché le squadre decidano di non giocarle, ma perché il sistema ha già tolto loro ogni prospettiva reale. Una nazionale eliminata può comunque onorare l’impegno, ma è evidente che la pressione, l’intensità e la gestione delle energie cambiano radicalmente.

I risultati più recenti hanno confermato questa tendenza. Haiti, già fuori, ha comunque dato battaglia al Marocco, andando due volte in vantaggio prima di cedere 4-2 nel finale. Un segnale di dignità sportiva, certo, ma anche la dimostrazione che una partita formalmente “inutile” per una squadra può diventare decisiva per l’altra. Il Marocco, grazie a quella rimonta, ha conquistato l’accesso ai sedicesimi. In un altro gruppo, la Svizzera ha battuto 2-1 il Canada e ha chiuso al primo posto, mentre i canadesi hanno comunque proseguito il cammino. Risultati che raccontano bene la nuova geografia del torneo: qualificazioni già definite in alcuni gironi, corsa apertissima in altri, e un peso crescente dei dettagli regolamentari.

Il format a 48 squadre nasceva con un obiettivo chiaro: dare più spazio, più partite, più rappresentanza globale. Ma più grande non significa automaticamente più equilibrato. La combinazione tra gironi da quattro, accesso delle migliori terze e priorità degli scontri diretti sta generando scenari inediti: squadre eliminate troppo presto, prime posizioni congelate con un turno d’anticipo, ultime giornate dal valore competitivo disomogeneo.

La FIFA potrebbe difendere questa scelta sostenendo che lo scontro diretto premia il merito nel confronto immediato e riduce l’importanza di goleade contro squadre più deboli. È un argomento legittimo. Ma il prezzo da pagare è alto: meno margine per le rimonte, meno suspense aritmetica e più partite condizionate da classifiche già scritte.

Il Mondiale 2026, insomma, sta offrendo spettacolo e storie nuove, ma anche una lezione regolamentare. L’allargamento del torneo non è solo una questione di numeri: cambia la strategia, cambia il peso di ogni partita, cambia perfino il significato dell’ultima giornata. E il primo grande banco di prova del nuovo format sta già sollevando una domanda inevitabile: questo sistema aumenta davvero la competitività o rischia di svuotarla proprio nel momento in cui dovrebbe esplodere?