C’era una volta un campo di calcio. Un campo non simile allo Juventus Stadium in cui migliaia di persone si potevano sedere su seggiolini tutti uguali, ma uno piccolo piccolo. Questo campo di calcio sequestrato alla ‘Ndrangheta divenne però simbolo di rivolta contro di essa. Al suo sequestro non si pensava neanche lontanamente che un impianto sportivo così piccolo potesse diventare un tale baluardo di legalità, ma invece la storia cambiò le cose…
Per mano della stessa cattiva gente che a San Luca (paesino sulle colline dell’Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria) lo aveva voluto, il campo divenne un simbolo dell’antimafia. Non era più perciò soltanto un ‘piccolo campo di calcio’ qualsiasi capace di ospitare partitella tra amici e attimi ricreativi tra bambini. Era diventato “il campo di calcio contro le brutture di San Luca”. Come c’era riuscito? L’impianto sportivo era stato abbandonato a se stesso. Nessuno voleva giocarci o utilizzarlo per qualunque fine. Era diventato come un luogo pestilenziale, una di quelle ‘cattedrali nel deserto’ calabresi, con tanti grandi presupposti che finiscono per essere grossi fallimenti. Un giorno però qualcuno decise di rilanciarlo. Organizzando proprio lì tutto ciò che in quel luogo si poteva organizzare. Inutile dire che le ritorsioni contro di questo furono numerose, tra cui qualche incendio che ne danneggiò la struttura. Queste azioni, per una volta, invece di sortire l’effetto desiderato da coloro che lo volevano vedere abbandonato, ne fece conseguire l’effetto contrario.
Le istituzioni lo presero come un’emblema della loro lotta contro tutto ciò che la mafia in un paese come San Luca procura. Criminalità organizzata. Pizzo. Omertà. Estorsioni. Minacce. Onore. Sangue. Cocaina. Potere. Come si può pensare che la ristrutturazione di un semplice campo di calcio possa contenere la lotta contro tutte queste brutture? Eppure questo impianto sportivo assunse questa profonda valenza. Riconosciuta non solo dalla gente del posto, ma anche dalle istituzioni. Proprio lì dove si sarebbe voluto far capire ancora una volta alla Calabria intera chi comanda, lo Stato per una volta ha mostrato come lo sport, in questo caso il calcio, possa unire tutti in un unico nobile fine. Come quel campo per San Luca possa rappresentare la chiave di volta per un futuro migliore. Come grazie allo sport si possa creare un mondo in cui non esistano boss e scugnizzi, ma solo agonismo e spirito di giocosità.
In quel campo ieri si sono disputate le Olimpiadi della Legalità. Non si è scelto il Granillo di Reggio Calabria, l’Ezio Scida di Crotone o il Nicola Ceravolo di Catanzaro, ma il piccolo campo di San Luca, cenerentola in un mondo di principesse. Alla presenza di alte cariche dello Stato e della Nazionale di calcio cantanti e attori si è attestato come in un territorio così ostico lo sport possa essere il metodo giusto per combattere degrado e delinquenza. La partita tra le due fazioni di Vip rappresenta un match in cui nessuno è vinto, ma sono tutti vincitori. A San Luca per una volta c’è stato solo un’unica grande sconfitta: la ‘Ndrangheta.
Se lo sport regala un sogno chiamato libertà…
