Messi sarà anche il cuore del gioco dell’Argentina, ma l’anima dell’Albiceleste è Javier Mascherano. È bastato vedere il secondo tempo di Nigeria-Argentina per rendersene conto. Con i sudamericani alla disperata ricerca di un gol e totalmente sbilanciati in avanti, ‘El Jefe’ – ‘Il caporale’ ha preso le redini della retroguardia bianco-azzurra tentando in ogni modo di far fronte alle pericolose incursioni della Nigeria. Mascherano ci ha messo la faccia, è il caso di dirlo. Inquadrato più volte dalle telecamere, il difensore argentino è apparso col volto solcato da diverse strisce di sangue, causate da un duro contrasto con un avversario. Mascherano però, non ci ha pensato nemmeno ad uscire dal campo per farsi medicare, lasciando i suoi in inferiorità numerica in un momento così delicato. Un caporale non abbandona mai i suoi compagni, anche a costo della vita.

In Mascherano scorre lo spirito ardente della Garra Charrùa, un elemento a tratti magico, tanto caro ai sudamericani. Espressione che deriva dalla Garra (artiglio, che in questo caso simboleggia la grinta) dei Charrùa, tribù indigena figlia delle sconfinate distese della Pampa, stanziatasi in alcune zone di Uruguay, Brasile e Argentina bagnate dalle acque argentate del Rio de la Plata. Popolazione grintosa, combattiva, sprezzante della paura e animata da un furore guerriero rimasto immutato nei secoli, come simbolo di grande orgoglio, particolarmente per la cultura sudamericana. Vedere Javier Mascherano restare sul campo da gioco a versare sangue e sudore, dando il tutto anche quando qualsiasi altro giocatore si sarebbe arreso, è un’immagine quasi mistica, degna dello spirito dei suoi antenati. Se l’Argentina è riuscita a passare il turno è anche merito suo. ‘El Jefe que no tiene miedo’.
