Negli ultimi giorni il calcio italiano è tornato sotto la lente d’ingrandimento non per una classifica o un gol spettacolare, ma per un’inchiesta della Procura di Milano che riguarda il designatore degli arbitri, Gianluca Rocchi. Rocchi – figura di spicco nell’ambito arbitrale dopo una lunga carriera internazionale – è stato indagato dalla magistratura milanese per concorso in frode sportiva legata alla stagione di Serie A 2024‑25, in particolare per presunti condizionamenti nell’uso del VAR e nella scelta degli arbitri.
Secondo gli inquirenti, alcune designazioni arbitrarie (come la scelta di Paolo Colombo per una partita contro l’Inter o altre partite contestate come Udinese‑Parma) e alcune scelte in sala VAR sarebbero state influenzate in modo improprio, con possibili incontri non ufficiali riguardo agli arbitri “graditi” o meno a certe squadre.
Rocchi ha reagito dichiarandosi fiducioso nella propria estraneità ai fatti e si è autosospeso dal ruolo di designatore per consentire alla giustizia di fare il suo corso senza interferenze, una decisione che ha coinvolto anche Andrea Gervasoni, supervisore VAR.
L’indagine ha immediatamente scatenato il dibattito mediatico e sportivo, con accuse rivolte da alcuni tifosi verso l’Inter e il suo amministratore delegato Beppe Marotta, insinuando che ci fossero “sistemi” di favore arbitrale. Tuttavia, Marotta ha respinto con fermezza ogni collegamento tra l’Inter e la vicenda, ribadendo che il club non ha “arbitri graditi o sgraditi” e che nessun dirigente del club è indagato, sottolineando l’assoluta correttezza delle scelte societarie.
L’inchiesta ha riportato alla ribalta una scena ormai iconica: durante la finale di Coppa Italia del 2024 tra Juventus e Atalanta, l’allora allenatore della Juventus, Massimiliano Allegri, fu espulso per proteste arbitrali e, nell’ira del momento, urlò verso la tribuna: “Dov’è Rocchi? Dov’è?!”.
All’epoca fu interpretata come una semplice sfuriata, ma oggi – alla luce dell’indagine – molti sugli social la rileggono come un rimprovero verso chi, dall’alto, decide imperfezioni e controversie arbitrali, indicando la contraddizione di un sistema in cui, a volte, la figura del designatore pesa più delle valutazioni in campo.
Il VAR è nato con l’intento di ridurre gli errori clamorosi, non di eliminarli del tutto. La regola prevede che l’arbitro possa consultare le immagini solo in quattro situazioni ben definite: gol, rigore, espulsioni dirette e scambi di identità, lasciando comunque la decisione finale al direttore di gara sul campo.
Nel corso degli anni anche grandi tecnici internazionali come Carlo Ancelotti si sono lamentati pubblicamente dell’utilizzo pratico del VAR, evidenziando che spesso lo strumento non viene sfruttato in modo coerente o tempestivo, generando confusione e frustrazione nei club e nei tifosi. Sebbene queste critiche non riguardino direttamente l’indagine italiana, mostrano un sentimento diffuso nel mondo del calcio: il VAR è uno strumento potente, ma la sua applicazione va affinata per evitare ingiustizie sportive.
La vicenda Rocchi è un campanello d’allarme per il calcio italiano e internazionale. Più che concentrarsi su nomi, club o sospetti, è importante ragionare su un concetto fondamentale: il VAR non può e non deve sostituire l’arbitro in campo. Deve essere uno strumento di supporto – neutrale, trasparente e applicato con rigore – che aiuta a correggere errori evidenti senza interferire indebitamente sullo sviluppo naturale della partita.
Il VAR è potenzialmente uno dei migliori progressi nella storia dell’arbitraggio moderno, ma la sua utilità dipende da come è gestito e da chi lo utilizza. La tecnologia non può esistere senza integrità umana: l’arbitro in campo deve essere libero di valutare, con competenza e calma, ogni immagine e decidere di conseguenza, garantendo equità, affidabilità e fiducia nello sport che milioni di persone amano.
