Oggi, 27 gennaio, si celebra la ricorrenza internazionale della ‘Giornata della Memoria’, il giorno in cui viene reso onore alle vittime dell’Olocausto, nella data simbolo della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz da parte delle truppe dell’Armata Rossa. La ‘Giornata della Memoria’ è l’occasione adatta per raccontare una storia sportiva, forse poco conosciuta, ma carica di significato simbolico: lo sport, il calcio in questo caso, diventa simbolo di resistenza nei confronti dell’oppressione Nazista: ‘La Partita della morte’.
Esistono diverse versioni legate al ‘La Partita della morte’, una storia che intreccia le sue radici fra verità e leggenda e crea forti suggestioni. Siamo nel 1942, il teatro della nostra storia è la città di Kiev, stretta nella morsa dell’occupazione Nazista che cerca in ogni modo di far crollare le resistenze del fiero popolo ucraino. L’espediente scelto per abbatter il morale della gente di Kiev è il calcio, utilizzato come simbolo di propaganda, atto a sottolineare ancora una volta la superiorità delle truppe tedesche. I tedeschi decisero di organizzare un torneo nel quale avrebbero partecipato 6 squadre: quattro formate da truppe tedesche, ungheresi e rumene, la Ruch (ucraina) e la neonata FC Start. Proprio l’ultima squadra è la protagonista della nostra storia. La FC Start era una squadra formata da degli uomini che lavoravano in un panificio di Kiev, ma che facevano parte della ‘vecchia’ Dinamo Kiev e della Lokomotiv Kiev, le due più forti squadre cittadine.
Il capitano era il portiere Trusevich, famosissimo per il suo stile spettacolare fra i pali. Ad affiancarlo nelle decisioni era Mikhail Putistin, veterano della squadra che vinse l’argento nel Campionato Sovietico del 1936. Mikhail Sviridovskiy, colonna della Dinamo Kiev di dieci anni prima, si posizionò al centro della difesa nel doppio ruolo di allenatore e giocatore. Il centrocampo era composto da onesti giocatori come Nikolai Korotkikh, ma l’attacco era il fiore all’occhiello della squadra: un tridente formato da Mikhail Melnik, affiancato dal bomber tutto fisico e potenza Ivan Kuzmenko e dal talentuosissimo folletto Makar Goncharenko, veloce, tecnico e con grandi doti di assistman.
Nonostante i massacranti turni di lavoro, le precarie condizioni fisiche e la scarsa alimentazione, la FC Start dminò il torneo. La prima partita giocata alla Stadio della Repubblica contro la Ruch (la squadra ucraina ma filo-tedesca) finì 7-2. Un risultato roboante che costrinse i tedeschi a far giocare la Start nello stadio Zenit, più piccolo e che facesse risaltare di meno le prestazioni degli ucraini. La Start però continuò il suo cammino: 6-2 agli ungheresi, 11-0 ai rumeni. Poi fu la volta dei tedeschi della PGS, stesi con un secco 6-0. Qualche giorno più tardi l’altra squadra ungherese perse 5-1. Il susseguirsi di questi roboanti successi fu un problema per i tedeschi: il popolo di Kiev aveva trovato una speranza per resister, grazie a quei ragazzi che avevano dimostrato come, almeno nel calcio, il tedeschi potessero essere sconfitti. I tedeschi decisero di mandare a Kiev il Flakelf, la più forte squadra militare tedesca di stanza in Ucraina, considerata invincibile. Il 6 agosto però, contro la Start con ci fu partita : 5-1, il risultato finale.
Il 9 agosto, i tedeschi chiesero la rivincita: il Flakelf venne rinforzato con i migliori calciatori dell’esercito tedesco impiegati sul fronte ucraino. La partita venne annunciata tramite una massiccia campagna pubblicitaria con manifesti affissi in tutta la città e la notizia finì pure sui giornali. Prima della partita l’arbitro (tedesco) entrò nello spogliatoio della Start chiedendo ai giocatori di fare il saluto ‘Heil Hitler’. Gli ucraini invece fecero il saluto sovietico: “Fitzcult Hurà!” – “Viva la cultura fisica”.
Il match fu surreale, nelle gradinate si potevano distinguere chiaramente i soldati della Wehrmacht in uniforme e con i fucili ben in vista, i tedeschi giocarono in maniera molto dura con la complicità dell’arbitro che sorvolava su ogni entrataccia dei nazisti. Dopo un’azione in netto fuorigioco e un violento calcio in testa al portiere Trusevich, i tedeschi passarono in vantaggio. Gioia che però durò poco: quel gol sbloccò gli ucraini che fecero 3 gol uno dietro l’altro. Il primo lo firmò Kuzmenko con una bomba su punizione da 30 etri. Poi Goncharenko firmò una splendida doppietta: il primo gol dopo una rapida serpentina, il secondo in mezza rovesciata.
Durante l’intervallo un ufficiale delle SS minacciò i giocatori della Start, dicendogli che avrebbero pagato con la vita una loro vittoria. Gli ucraini scesero in campo intimoriti e i tedeschi firmarono il 3-3. Guardando negli occhi la piccola fetta di pubblico di fede ucraina, i giocatori della Start trovarono la forza di non arrendersi: dovevano vincere per la loro gente, per dargli una speranza per non far cessare la loro resistenza.
Fu così che la Start segnò altre due reti. Poco prima del fischio finale, il difensore Klimenko superò in dribbling l’intera difesa del Flakelf, portiere compreso, ma al momento di segnare spazzò via il pallone con violenza: il simbolo di una netta e umiliante vittoria. Al termine della partita, i giocatori della Start pagarono con la morte il loro successo. Alcune settimane dopo fu arrestato Korotkikh che trovò la morte nel quartier generale della Gestapo dopo 20 giorni di tortura. Kuzmenko, Klimenko e Trusevich, vennero deportati nel campo di concentramento di Syrec, nel quale vennero fucilati. Il capitano Trusevich, prima di morire, gridò con tutto il fiato che aveva nei polmoni: “Krasny sport ne umriot!” “Lo sport rosso non morirà mai”. Riuscirono a salvarsi solo Goncharenko e Sviridovskiy.
