L’ex difensore rossonero critica il metodo decisionale del club e invita la società a riflettere sulla conoscenza del calcio italiano. Sullo sfondo resta il nodo della governance: il Milan deve prima capire che identità vuole darsi.
Il momento del Milan continua a far discutere, non soltanto per le scelte di campo o per i risultati sportivi, ma soprattutto per la direzione societaria intrapresa dal club rossonero. A intervenire con parole nette è stato Alessandro “Billy” Costacurta, ex difensore e bandiera milanista, oggi apprezzato opinionista televisivo, che durante Calciomercato – L’Originale su Sky ha analizzato con lucidità le difficoltà attraversate dalla società.
Il bersaglio principale delle sue riflessioni è rappresentato da Gerry Cardinale e Zlatan Ibrahimovic, due figure centrali nell’attuale Milan. Il primo è il volto della proprietà RedBird, il secondo è il simbolo calcistico scelto per dare autorevolezza e peso sportivo al progetto. Proprio su questa coppia Costacurta ha espresso forti perplessità, mettendo in discussione non tanto i singoli nomi valutati per il futuro, quanto il metodo con cui il club sembra orientare le proprie decisioni.
“Le persone a cui si affidano sono persone con cui hanno lavorato in passato e sanno che lavorano in una certa maniera”, ha spiegato Costacurta, sottolineando un rischio evidente: quello di costruire le scelte tecniche e dirigenziali più sulla base di rapporti fiduciari già esistenti che su una reale conoscenza del contesto italiano. Secondo l’ex centrale, il campionato di Serie A resta un ambiente molto particolare, difficile da interpretare per chi non lo conosce dall’interno.
“Lo diciamo spesso: il campionato italiano non è il più bello ma il più particolare, e gli allenatori per fare bene in Italia devono avere un minimo di esperienza”, ha aggiunto. È questo il cuore del suo ragionamento. La Serie A, pur avendo perso negli anni parte del proprio fascino internazionale, rimane uno dei tornei più complessi dal punto di vista tattico, ambientale e gestionale. Le partite si decidono spesso sui dettagli, la pressione mediatica è costante, le piazze sono esigenti e il margine d’errore per un allenatore è ridottissimo.
Per questo motivo, l’ipotesi di puntare su un tecnico straniero senza una forte esperienza nel calcio italiano viene letta da Costacurta come una scelta sorprendente e potenzialmente rischiosa. “Per me è una scelta sorprendente quella di andare su un tecnico straniero. Siccome hanno sbagliato in passato, potrebbero continuare a farlo anche in futuro”, ha dichiarato l’ex rossonero.
Parole pesanti, perché non si limitano a criticare una singola decisione. Costacurta sembra mettere in discussione l’intera catena di comando del Milan. Il problema, nella sua lettura, non è soltanto scegliere l’allenatore giusto o il direttore sportivo più adatto, ma capire se la società disponga davvero degli strumenti per leggere il calcio italiano e costruire una struttura coerente.
Negli ultimi anni il Milan ha cambiato pelle più volte. Prima il modello fondato su Paolo Maldini e Frederic Massara, poi la svolta più aziendale con un peso crescente di scouting, sostenibilità economica e gestione collegiale, quindi l’ingresso di Ibrahimovic come riferimento diretto della proprietà. Una successione di fasi che ha lasciato la sensazione di un club ancora alla ricerca di un’identità stabile.
Il ruolo di Ibrahimovic, in particolare, resta uno dei punti più delicati. Zlatan non è un dirigente tradizionale, ma una figura di raccordo tra proprietà, area sportiva e ambiente rossonero. Il suo carisma è indiscutibile, così come il suo peso nella storia recente del Milan. Tuttavia, il passaggio da leader dello spogliatoio a uomo chiamato a incidere sulle strategie societarie è tutt’altro che semplice. Avere personalità non significa automaticamente possedere esperienza dirigenziale, soprattutto in una fase in cui il club avrebbe bisogno di ruoli chiari, responsabilità definite e decisioni rapide.
È qui che la critica di Costacurta assume un significato più ampio. Il Milan non può permettersi di vivere ogni stagione come un nuovo anno zero. La proprietà deve stabilire con chiarezza quale modello intende seguire: affidarsi a un direttore sportivo forte e riconoscibile, puntare su una struttura più internazionale, oppure accentrare le decisioni attorno a Cardinale e Ibrahimovic. Tutte le strade possono essere legittime, ma non possono convivere in modo confuso.
La scelta dell’allenatore, in questo senso, diventa il simbolo di un bivio. Un tecnico straniero non rappresenta di per sé un errore. Può anzi portare idee nuove, metodi differenti e una visione moderna. Ma perché questa scelta funzioni, deve inserirsi in un progetto solido, con una dirigenza capace di proteggerlo, accompagnarlo e tradurre le sue idee nel contesto italiano. Senza questa cornice, il rischio è che anche un profilo valido venga bruciato dalle contraddizioni interne.
Costacurta ha poi espresso perplessità anche sulla possibile scelta di Massimiliano Allegri da parte del Napoli. “La scelta di Allegri… sono perplesso, la trovo strana. Considerando le individualità del Napoli pensavo che De Laurentiis si rivolgesse ad un allenatore diverso”, ha spiegato. Anche in questo caso il ragionamento è legato alla coerenza tra rosa, identità tecnica e guida in panchina. Non basta scegliere un allenatore importante: bisogna scegliere quello più adatto al materiale umano e tattico a disposizione.
Il messaggio dell’ex difensore, dunque, va oltre il Milan e tocca un tema centrale del calcio contemporaneo: la distanza tra proprietà, competenza tecnica e conoscenza del territorio. Nel caso rossonero, però, il discorso è ancora più sensibile, perché il Milan non è un club qualsiasi. È una società abituata storicamente a vincere attraverso una forte cultura interna, fatta di dirigenti riconoscibili, allenatori autorevoli e un’identità sportiva chiara.
Oggi quella cultura sembra meno leggibile. Il Milan possiede una rosa con talento, un marchio internazionale fortissimo e una proprietà ambiziosa, ma deve trasformare questi elementi in una direzione concreta. La critica di Costacurta non è nostalgia del passato, né chiusura verso l’innovazione. È piuttosto un richiamo alla competenza: innovare va bene, ma senza improvvisare.
Il futuro rossonero passerà dalle prossime scelte. Allenatore, direttore sportivo e struttura dirigenziale non potranno essere decisioni isolate, ma tasselli dello stesso disegno. Perché il vero rischio, come suggerisce Costacurta, non è sbagliare un nome. È continuare a sbagliare metodo.
