Il mondo del pallone regala spesso imprese incredibile, personalità capaci di lasciare un segno nella storia, vere e proprie vicende ‘da film’. È per questo che il cinema strizza spesso l’occhio al calcio e ai suoi protagonisti, specie quelli più talentuosi e il binomio talento-calcio fa spesso rima con Brasile. Da Pelè a Zico, passando per Ronaldo, Ronaldinho, Kakà e Neymar, la storia calcistica contemporanea è piena di campioni, ma nella giornata di ieri, nelle sale cinematografiche italiane è stata riprodotta una storia del tutto particolare, in salsa verde-oro, ma che con il talento ha ben poco a che fare… almeno con quello calcistico.
Il docu-film ‘Kaiser, il più grande truffatore della storia del calcio‘, ripercorre le vicende, fra realtà e leggenda, di Carlos Henrique Raposo, un ragazzo senza talento, capace di costruirsi 13 anni di carriera (a cavallo tra gli anni ’70 e ’90) fra inganni e veri e propri colpi di genio. Carlos Henrique Raposo sognava di sfondare nel mondo del calcio fin da ragazzino, ma provando ad emulare le gesta dei grandi talenti verde-oro, in strada con gli amici, si rese conto ben presto di un piccolo dettaglio: con la palla era completamente negato.
Cosa fare dunque? Grande forza di volontà e incredibile ingegno non lo fecero demordere. Il giovane decise di fare il giro dei locali notturni, cercando di farsi amico i più grandi calciatori dell’epoca in modo tale da ottenere qualche raccomandazione. Incredibilmente, grazie alla sua spiccata parlantina e ai modi di fare da grande affabulatore, riuscì a conoscere Ricardo Rocha, Renato Gaucho e Romario, nonchè ad ottenere un contratto con il Botafogo. Subito ben integrato nello spogliatoio, grazie al suo carattere magnetico, Carlos venne soprannominato il ‘Kaiser‘ per la sua somiglianza con Beckenbauer. Restava solo una cosa da fare: trovare il modo di mascherare la sua completa incapacità di giocare a calcio! Ricardo Rocha dirà di lui: “gli unici problemi Carlos ce li aveva con la palla. Diceva di essere un attaccante, ma non ha mai fatto un gol né un assist. Diceva sempre di essere infortunato. Se la palla andava a sinistra lui andava a destra e viceversa. Non aveva talento ma era un tipo simpatico. Tutti gli volevano bene“.

È proprio grazie ai suoi compagni che il ‘Kaiser’ riuscì sempre a scamparla: mettendosi d’accordo in anticipo con un ‘complice’, simulava duri falli, lunghi infortuni e problemi muscolari che lo costringevano a saltare allenamenti e partite con la complicità dello staff medico. Come ha dichiarato lui stesso durante un intervista ad una tv brasiliana, tutti adeguatamente ricompensati con donne e soldi: “chiedevo a un mio compagno di scontrarsi con me in area di rigore, e poi dicevo che mi faceva male un muscolo e stavo 20 giorni fermo. Quando le cose sono diventate più difficili mi sono fatto amico un dentista che mi faceva finti certificati medici che attestavano che avevo problemi fisici. Tiravo avanti così. […] Se il ritiro era in un albergo, io ci andavo due o tre giorni prima portando con me una decina di ragazze e affittavo loro le stanze sotto quelle prenotate per la squadra. Così di notte nessuno doveva lasciare l’albergo, bastava scendere le scale“.
Faceva sorridere i compagni, li riempiva di regali, organizzava feste a base di alcol e belle donne, riusciva a farsi voler bene da tutti. Poi dopo un anno, gli toccava cambiare squadra, la sua farsa non poteva durare a lungo nello stesso posto: le raccomandazioni dei campioni che convincevano i club, articoli di giornale di giornalisti compiacenti che ne esaltavano la figura e il talento, gli permisero di firmare con Flamengo, Fluminense e Vasco da Gama fra le altre. Il ‘Kaiser‘ era una vera e propria star in Brasile, ma anche oltreoceano! Nel 1986 lo chiamarono i francesi dell’Ajaccio che, per presentarlo in pompa magna, gli proposero di dare sfoggio della sua classe davanti all’intero stadio gremito che urlava il suo nome: “lo stadio era piccolo ma pieno di tifosi. Pensavo che avrei dovuto solo fare qualche corsetta e salutarli, ma quando sono arrivato in campo ho visto che c’erano dei palloni e ho capito che avrei dovuto allenarmi sul serio. Sono diventato nervoso, avevo paura che dal mio primo allenamento avrebbero capito che non sapevo giocare. Ho iniziato a raccogliere tutti i palloni e a lanciarli ai tifosi. Nel frattempo salutavo e mandavo baci. La folla era impazzita. Alla fine sul campo non c’erano più palloni“.
Semplicemente un genio, capace di conquistare il cuore dei compagni e quello dei tifosi, raccogliendo appena una trentina di presenze, della durata di qualche minuto, giusto il tempo per farsi male volontariamente e mettere in piedi, nuovamente, il suo show. Un attore, una maschera, un’artista della truffa: un giovane in possesso di grandi talenti… tranne quello calcistico.

