Calcio Nazionale Italia: è tempo di decidere

Per la terza volta consecutiva l’Italia del calcio maschile resta fuori dal Mondiale

Per la terza volta consecutiva l’Italia del calcio maschile resta fuori dal Mondiale. Dopo le esclusioni del 2018 e del 2022, anche il 2026 si trasforma in una ferita profonda per il movimento azzurro: una crisi ormai strutturale, certificata dalla sconfitta decisiva contro la Bosnia che ha chiuso ogni possibilità di qualificazione.

Il tracollo: “una voragine nel sistema calcio”

La notte di Zenica è già entrata nella storia in negativo. Lacrime, incredulità e una sensazione diffusa di smarrimento hanno accompagnato l’eliminazione. Non solo una sconfitta sportiva, ma un crollo sistemico: “una voragine all’interno dell’Italia”, raccontano le cronache del post-partita.

Il dato più pesante è la continuità del fallimento: tre Mondiali consecutivi mancati, un unicum per una nazionale quattro volte campione del mondo.

Sul piano tecnico, l’eliminazione contro una nazionale teoricamente inferiore — come già accaduto con Svezia e Macedonia del Nord — conferma limiti strutturali: gioco povero, difficoltà nella gestione dei momenti decisivi e carenza di talento offensivo.

Il giorno dopo è un coro di reazioni, spesso durissime. Ex calciatori, dirigenti e politici si dividono tra delusione e richieste di cambiamento radicale. L’imprenditore e presidente Aurelio De Laurentiis ha parlato di “un giocattolo in mano ai bambini”. Il ministro dello sport Andrea Abodi invoca un “rinnovamento dei vertici” e non esclude il commissariamento della federazione. L’ex NBA Andrea Bargnani critica il sistema sportivo italiano, sottolineando la mancanza di cultura del lavoro rispetto ad altri contesti professionistici.

Anche il mondo dello sport si stringe attorno alla Nazionale, tra amarezza e senso di perdita: “Fa male, è inutile nasconderlo”, ha commentato la campionessa olimpica Arianna Fontana.

Intanto, dirigenti ed ex federali — da Adriano Galliani a Demetrio Albertini — chiedono una riflessione profonda in vista del prossimo Consiglio federale.

L’assenza dal Mondiale non è solo simbolica: è anche economica. La FIGC perde milioni tra premi FIFA e indotto commerciale, aggravando una situazione già fragile.

Ma il danno più grande è culturale: un’intera generazione di tifosi italiani rischia di crescere senza aver mai visto gli Azzurri giocare un Mondiale, come sottolineato dallo stesso Abodi.

Il “caso Baggio”: un modello ignorato

Nel dibattito sul futuro torna con forza il nome di Roberto Baggio, simbolo di un calcio creativo e visionario.

Tra il 2010 e il 2013, Baggio guidò il settore tecnico della FIGC con un progetto di riforma radicale: formazione dei giovani, rivoluzione dei metodi di insegnamento, centralità della tecnica. Un vero e proprio “memorandum” per rifondare il calcio italiano.

Quel piano, però, fu di fatto ignorato e mai finanziato, fino alle dimissioni dello stesso Baggio.

Oggi, molti osservatori indicano proprio quel rifiuto come uno degli snodi decisivi del declino: mancato investimento sui vivai, assenza di una visione tecnica condivisa, prevalenza di logiche politiche su quelle sportive.

Il paradosso è evidente: mentre si invoca oggi una rifondazione, il progetto più organico degli ultimi decenni era già stato scritto — e scartato.

Le prossime ore saranno decisive. Il presidente federale Gabriele Gravina ha convocato una riunione d’urgenza, mentre si moltiplicano le pressioni per dimissioni o commissariamento.

Tra le ipotesi sul tavolo: azzeramento dei vertici, affidamento della rifondazione a una figura simbolo (si citano nomi come Baggio, Maldini, Del Piero), revisione totale dei settori giovanili

La terza mancata qualificazione consecutiva non è più un incidente: è la certificazione di una crisi profonda del calcio italiano.

Dalle macerie di Zenica, l’Italia è chiamata a una scelta netta: continuare con piccoli aggiustamenti o affrontare una rivoluzione vera.

Quella stessa rivoluzione che, forse, era già stata proposta — e ignorata — oltre dieci anni fa.