La dipendenza da Ibrahimovic è sempre stata una caratteristica delle squadre che hanno avuto come terminale offensivo lo svedese. Succede ancora a 38 anni. Il Milan si è trasformato dall’arrivo dell’attaccante di Malmo, riacquisendo fiducia e conquistando punti importanti, ma ne è anche diventato dipendente. Spesso le azioni offensive hanno come soluzione unica la ricerca di Zlatan con una palla alta per una spizzata, una sponda, un colpo di testa che favorisca i compagni o concluda l’azione. Sicuramente più del nulla cosmico in fase di costruzione di Piatek, ma comunque una soluzione prevedibile.

Con l’impegno infrasettimanale di Coppa Italia e le tante partite ravvicinate giocate dagli stessi giocatori, vista ormai l’assenza programmata di Piatek, Suso e Paquetà, il Milan è apparso sottotono nonostante la solita grinta messa in campo dai vari Theo Hernandez, Bennacer e Castillejo, fra i più propositivi. Contro un Brescia ben organizzato e guidato da un ottimo Tonali però non è bastato il solito copione anzi, Donnarumma ha dovuto fare gli straordinari per tenere a galla i suoi.

Come già accaduto contro l’Udinese, la svolta è arrivata dalla panchina: Pioli accarezza l’idea di schierare Piatek e Suso e quasi ‘sconfessare’ se stesso, ma fa entrare prima Ante Rebic che decide la gara con una conclusione sottomisura. Per il Milan è il terzo successo consecutivo in campionato (prima volta quest’anno) che regala il 6° posto valevole per l’Europa League: la Champions dista appena 7 punti con la Roma impegnata del derby della Capitale. Forse l’Ibracentrismo funziona davvero.
