Andrea Pirlo – 55 mila euro al mese all’ex moglie, Deborah Roversi spiega il perchè gli spettino tutti!
Andrea Pirlo e Deborah Roversi sono stati sposati e dal loro amore sono nati i primi due figli del calciatore, dopo la sentenza della Cassazione sugli assegni di mantenimento anche l'ex moglie dell'ex Juventus ha detto la sua
Una lunga lettera quella che Deborah Roversi, ex moglie di Andrea Pirlo, ha scritto per chiarire le condizioni che giustificano l’assegno di mantenimento che il calciatore versa alla madre dei suoi due figli una volta al mese. Un mantenimento che secondo quanto sostenuto dalla stampa si aggirerebbe intorno ai 55 mila euro al mese, ma che Deborah smentisce nelle righe della lettera che ha inviato a Vanity Fair per fare chiarezza sulla sua situazione.
LaPresse
Dopo la sentenza della Cassazione di maggio in cui cambiano i termini secondo cui i mariti debbano versare il denaro alle mogli, c’è stata una piccola rivoluzione. L’ex compagno infatti non è obbligato a mantenere il ritmo di vita di cui l’ex moglie ha goduto durante il matrimonio, bensì l’ammontare del denaro versato mensilmente si calcola in base alle condizioni patrimoniali attuali del ex coniuge. In questa diatriba legale, Deborah Roversi si è sentita chiamata in causa per l’ingenza del suo assegno, il cui importo non è giustificato, a suo parere, da un fattore ‘assistenziale’, ma bensì da un fattore emotivo e di vita, fatto di rinunce personali, che la Roversi avrebbe accusato per stare vicino ad Andrea Pirlo e sostenerlo fino alla sua ascesa a campione del calcio indiscusso. Ecco la lettera che Deborah Roversi ha voluto inviare alla stampa:
Sulla mia vicenda personale, diventata come era inevitabile anche una vicenda mediatica, ho ritenuto a ragione di mantenere la massima riservatezza. I giornali e i mass media ne hanno parlato a lungo, come peraltro è comprensibile quando la fine di un matrimonio riguarda un campione. Ho accettato mio malgrado di non avere un ruolo e di non prendere posizione diretta su quanto ha interessato e travolto la mia vita. La propria sofferenza è un’esperienza personale, soprattutto quando rischia di essere fraintesa se non addirittura strumentalizzata.
In occasione della recente sentenza della Corte di Cassazione che riguarda gli assegni in favore delle ex mogli, sono stata personalmente coinvolta come se fossi una donna che a dispetto del marito si è arricchita. Dopo aver riflettuto a lungo, ho capito che avrei dovuto prendere posizione direttamente ed esprimere la mia vera situazione di donna e di moglie, evitando che nel mio silenzio venissero coltivati ingiusti malintesi, volontari o meno che siano.Le mie riflessioni non riguardano solo la mia vita ma anche quella di molte donne di ogni ceto sociale, che hanno donato la propria esistenza per la realizzazione dei sogni e dei progetti dell’uomo amato.
L’assegno che mi è stato riconosciuto non è un assegno divorzile ma è quello che la legge stabilisce nella separazione dei coniugi. L’importo non è quello indicato dai mass media (53 mila euro, ndr). Dedotto l’assegno di mantenimento dei figli e le imposte che verso regolarmente, l’importo è di gran lunga inferiore (di quasi due terzi). Il mio matrimonio è stato un matrimonio di vero amore. Eravamo appena sedicenni; Andrea giocava da poco nel Brescia ed entrambi non sapevamo che sarebbe diventato un campione.
Nati in un paesino della provincia bresciana, l’unica certezza che avevamo era di amarci da impazzire, con il desiderio incontenibile di un futuro e una famiglia per sempre insieme. La nostra era una vera storia d’amore, con fughe da casa per sottrarci di nascosto al controllo dei genitori e tante stelle guardate a lungo insieme, sognando ad occhi aperti, ciascuno negli occhi e nel cuore dell’altro. Ogni incontro era magico e fantastico. I nostri occhi brillavano alla vista dell’altro ed era come se un cuore solo battesse per due. Come accade soltanto in una vera storia d’amore. Andrea, intanto, si affermava nel lavoro con crescenti risultati, sino al successo che tutti conosciamo. Io sempre al suo fianco ed entrambi con la purezza di sempre e con la semplicità che avevamo ereditato dal nostro paesino di gente vera. Non cambiava nulla dentro di noi. Umiltà e naturalezza, mai arroganza o superbia tra noi o verso gli altri. Il nostro amore era vigoroso e si irrobustiva ogni giorno, ancora di più con l’arrivo dei figli.
Non è stato semplice rinunciare a me stessa. Il mio amore era allo stesso tempo abnegazione e rinuncia. Non era possibile immaginarlo diversamente con un uomo che diventava Campione, al quale era necessario donarsi per non impedirgli il futuro. Ho compreso il mio ruolo con spirito di partecipazione e di sacrificio, ed ho offerto a lui ogni attimo della mia esistenza incondizionatamente per la sua sicurezza, la sua serenità, la sua concentrazione.vEro consapevole dell’importanza del mio compito al suo fianco. Man mano che Andrea confermava le sue qualità e raggiungeva i risultati che compivano il suo destino; man mano che egli vinceva e prendeva forma la sua storia di Campione, io avevo già compreso il mio ruolo, che si racchiudeva nella responsabilità di tutelare la sua persona e la sua professione; ma anche l’immagine di un simbolo e di un sogno collettivo, che riguardava ogni tifoso e anche ogni italiano, come in alcune notti infinitamente magiche che rimarranno nel cuore di tutti. In quelle notti sono rimasta moglie e madre e vincevo anch’io per la gioia del nostro amore (…).
LaPresse/Riccardo Sanesi
Non ho mai pensato di sfruttare la situazione, di procurarmi vantaggi di alcun tipo per prevenire i rischi del futuro. Non ho mai pensato a me stessa ed ho donato la mia vita interamente senza alcuna polizza per me e nessuna previdenza per il mio futuro. Questo mio dono, ne sono convinta, è stato uno dei cardini del suo successo. Ogni momento della sua vita e della sua professione si fondava sull’amore, sulla fiducia e sulla certezza della mia presenza premurosa. L’autentico dono di sé non ha un prezzo e non deve esser dimenticato nell’oblio una volta realizzato il proprio progetto. Il dono di sé non deve essere rinnegato dall’altro e ogni suo frutto, quando finisce l’amore, non potrà essere trasferito ad altri.
Ecco perché la sentenza, a cui è stato riservato molto clamore, non può riguardare le donne che hanno sacrificato interamente la propria vita per il proprio uomo, rinunciando ai propri studi o al proprio lavoro e alla propria realizzazione personale. Non sono condivisibili le pretese di chi, pur avendo realizzato se stessa nel corso del matrimonio, voglia anche parte di quanto realizzato dal marito. Questo anch’io non lo considero giusto. Tuttavia la sentenza della Corte di Cassazione deve far riflettere sulla situazione di mogli che hanno donato completamente la propria esistenza, per le quali un semplice assegno «assistenziale» sarebbe non solo ingiusto ma anche offensivo.
Non ho il compito e la competenza di leggere le norme; non mi sfugge tuttavia di comprendere che quando una donna ha contribuito alla ricchezza del marito perdendo le chances per la propria autorealizzazione, al momento della cessazione del matrimonio, a maggior ragione quando avviene per cause a lei non attribuibili (come nel mio caso), non sarà sufficiente un mero assegno «assistenziale» sarà necessario invece considerare anche il diritto ad un risarcimento per la propria vita donata per amore ed anche un compenso proporzionato al proprio contributo come avviene in una vera e propria impresa familiare. Il dono della propria vita non sarà mai ripagato, ma almeno sarà impedito l’oblio a cui si vorrebbe destinare la vita altrui, spesa con amore e poi abbandonata.