“Non sono ancora finito, sono ancora qui. Sono tornato alla boxe“. Poche e semplici parole per descrivere qualcosa di straordinario. Alla soglia dei 40 anni, da compiere a dicembre, dopo una lunga pausa dalla boxe professionistica per dedicarsi alla politica, Manny Pacquiao è tornato a vestire i guantoni conquistando la vittoria numero 60 da professionista. Non un match qualunque, ma un successo iridato contro il Campione Mondiale dei pesi Welter WBA, l’argentino Lucas Matthysse, al quale ha strappato la corona, infliggendogli la prima sconfitta degli ultimi 9 anni. Un grande riscatto per uno sportivo dato ormai per finito, particolarmente dopo la sconfitta patita lo scorso anno contro Jeff Horn. Negli scorsi anni, dopo la sconfitta contro Mayweather, il campione filippino si era lentamente allontanato dal ring, svestendo guantoni, pantaloncini e stivaletti per indossare giacca e cravatta, accomodandosi su una poltrona del Senato del suo Paese. Il richiamo del ring però è stato troppo forte. Anche la sfera politica ha presenziato all’evento: Rodrigo Duterte, presidente filippino, e Mahathir Mohamad, Primo Ministro malese, hanno assistito al match di Kuala Lampur, il più grande evento pugilistico della storia del paese dal 1975, anno in cui andò in scena la sfida fra Muhammad Ali e Joe Bugner per il titolo dei pesi massimi.
Al termine del match Pacquiao ha dichiarato: “non sono ancora finito, sono ancora qui. Era solo una questione di tempo. Dovevo riprendermi, riposarmi e poi tornare. Ed è quello che ho fatto. All’inizio io avevo bene in testa che avrei potuto controllare il match dal primo round, ma la tattica che avevamo studiato era quella di avere pazienza, prendere tempo, non correre. Penso i miei pugni gli abbiano fatto male. Ogni volta che lo colpivo lui subiva. Penso che abbia anche avuto paura dei miei pugni“. Un ritorno che potrà allungargli la carriera: un 40enne con il suo talento, può fare scuola anche ai più giovani.
