“Di tutto quello che ho fatto nella mia carriera, questo risultato sta lassù in cima, insieme ai titoli vinti“.

La notte appena trascorsa, LeBron James la ricorderà per sempre. Nel momento più difficile della sua carriera, che probabilmente lo vedrà ‘in vacanza’ nella postseason dopo tempo immemorabile, colpa di una ‘stagione storta’ dei suoi Lakers, LeBron ha raggiunto un traguardo importantissimo nella sua carriera: grazie ai 31 punti segnati nella notte, è il 4° miglior marcatore della storia NBA. Essere il 4° di una speciale classifica può essere così importante da essere paragonato ai titoli vinti in carriera? Sì, se quello che hai appena superato si chiama Michael Jordan e sai benissimo ciò che ha rappresentato nella tua vita.
“Per un ragazzino di Akron, Ohio che aveva bisogno di un’ispirazione e di un’influenza positiva, Michael Jordan è sempre stato un punto di riferimento. Guardandolo da lontano, volevo essere come MJ, tirare in fadeaway come MJ, tirare fuori la lingua come MJ, vestire le scarpe di MJ“.

Un vero e proprio flusso di coscienza ha accompagnato LeBron James nel post gara. I ricordi della sua infanzia, dei suoi esordi e della sua carriera sono venuti fuori tutti insieme, proprio nel momento in cui il contatto con quel fantasma che insegue da quando ha messo piede in NBA c’è stato per una notte. ‘Superare Jordan‘. L’ambizione e la condanna della carriera di LeBron James. Il 23 sulle spalle, il soprannome ‘The King’ che fa il verso a ‘His Airsness’, il più amato e il più odiato, il simbolo universale del basket moderno, il nome sulle maglie indossate da ogni bambino, le copertine dei videogiochi, il ruolo in Space Jam 2: perdere (e perdere tanto), vincere, cadere e rialzarsi sempre, una vita nel mito di MJ23.
“Con i miei amici non facevamo altro che parlare di MJ. Quando eravamo al campetto, anche con la neve o la pioggia del Northeast Ohio, volevamo solo essere MJ. Tutti noi, fino all’ultimo. È pazzesco. Anche i miei amici del liceo mi hanno scritto e fanno fatica a crederci, così come non ci riesco bene neanche io, perché tutti ci ricordiamo di quando passeggiavamo per le vie di Akron con un pallone da basket cantando ‘I wanna be, I wanna be like Mike’. Il fatto che i ragazzini possano guardare a me come io facevo con MJ è pazzesco, ad essere onesto. Anzi, è oltre il pazzesco”.

Al di là della filosofia cestistica che si può fare sul paragone fra i due, li separano ‘solo’ 3 anelli. Un numero solitamente piccolo, ma che in fatto di trofei può risultare irragiungibile. LeBron di finali ne ha perse 6, forse avrà un’altra chance in futuro per il primo titolo con la maglia dei Lakers, o forse no. Il suo orologio biologico scorre verso la fine, la carta d’identità segna 35 anni a dicembre. Ma se c’è qualcuno capace di poter compiere imprese straordinarie è proprio lui, il tattoo sulla sua schiena che recita ‘The Chosen One‘ – ‘Il Prescelto‘, lo conferma. Cosa si prova ad aver vissuto e dover vivere tutto questo, Michael Jordan non può nemmeno immaginarlo: per lui c’è solo un grazie, scritto sulle scarpe come omaggio.
“Non posso fare altro che ringraziarlo per quello che ha fatto per me: è stato il mio modello per tutta la vita. Quando sei un ragazzino dei bassifondi di Akron come ero io, cerchi ispirazione in qualsiasi cosa, una scintilla che possa darti forza anche quando ti trovi ad affrontare un grande numero di fallimenti. La percentuale di gente come me, cresciuta con un solo genitore, figlio unico, povero, che ce la fa è davvero molto bassa. MJ ha avuto un ruolo enorme per il mio successo insieme a chi mi ha accompagnato. E MJ non aveva alcuna idea di quello che stava facendo per un ragazzino che stava crescendo a meno di un’ora di aereo da Chicago. Quello che sto cercando di dire è che nessuno può capire quanto sia stato importante per me e per i miei amici nella nostra infanzia“.

