Questa è per Boston – L’addio di Isaiah Thomas alla città che lo ha reso grande: ”la telefonata di Ainge, la notizia… non sono un traditore” [LETTERA]

Isaiah Thomas ha dato l'addio a Boston con una splendida lettera rilasciata su 'The Player's Tribune': IT4 ha chiarito la sua posizione in merito alla cessione e ai suoi sentimenti verso i Celtics

Strana storia quella di Isaiah Thomas. La guardia che, in qualità di leader, ha portato al primo posto nella Eastern Conference i Boston Celtics dopo anni di ricostruzione, è finito di colpo al centro di una trade, conclusa in un attimo, il tempo di una telefonata. Thomas è stato scambiato per Kyrie Irving, insieme a due scelte al prossimo Draft, Crowder e Zizic. Qualcuno ha apostrofato Thomas come traditore, passato alla prima occasione alla corte di LeBron James ai Cavs, rivali dei Celtics per l’intera stagione, nonchè squadra che gli ha rifilato un netto 4-1 in post season ad un passo dalle Finals. In realtà non è andata così: Thomas si è limitato a rispondere ad una telefonata che gli comunicava di essere stato scambiato per Irving, tutto ciò che ha potuto rispondere è stato ‘ok’. Il racconto della vicenda è contenuto in una splendida lettera d’addio pubblicata su ‘The Player’s Tribune‘.

“E’ divertente, avevo appena finito di fare festa.

Quando Danny mi ha chiamato stavo lasciando l’aeroporto – mia moglie Kayla ed io stavamo tornando dopo aver festeggiato il nostro primo anniversario di matrimonio. Eravamo andati a Miami per un paio di giorni ed ora eravamo di nuovo a Seattle, stavamo tornando a casa.

Non ho risposto alla telefonata, forse stavo facendo qualcosa in macchina. Danny ha lasciato un messaggio “IT, chiama appena puoi”.

Sembra tragico ma questo in realtà è un normale messaggio di Danny. Avrebbe potuto essere per qualsiasi cosa. Così l’ho chiamato mentre stavo ancora guidando e senza pensarci troppo. Lui sapeva che stavo tornando a casa così mi ha fatto qualche domanda. Sicuramente io gli ho chiesto come stava, forse come stava la famiglia. Sapete, le normali telefonate.

Poi all’improvviso, quella piccola pausa nella conversazione. E quello è stato il momento in cui mi ha detto: “Ti ho appena scambiato”. Semplice. Niente paroloni o discorsi inutili, penso che quando sia per queste cose non ci sia molto da aggiungere.

“Dove?” E’ stata l’unica cosa che sono riuscito a dire. “Ai Cavaliers, per Kyrie (Irving).”

Ed è come quando tu sei al telefono, qualcuno dice qualcosa e poi all’improvviso l’unica cosa che riesci a pensare è “Non voglio più stare al telefono”. Non in una maniera scortese, ma semplicemente non vuoi parlare con nessuno. Ecco come mi sono sentito in quel momento.

Danny ha iniziato a dire tutto quello che avevo fatto per Boston e per i Celtics, dentro e fuori dal campo. Che giocatore fantastico sono, come sarò grande a Cleveland e cose così. E io non volevo sentire niente di tutto questo. Ero pronto a chiudere la chiamata un paio di volte, e poi l’ho fatto. Era come se “sì ok, mi fa piacere che mi hai chiamato e me l’hai detto ma in realtà non c’è niente che io e te dobbiamo dirci adesso”. Questo era il concetto. Questa è stata la telefonata.

C’erano tante cose che mi passavano per la testa in quel momento, ma dovevo fermare tutto, in quel momento. La prima cosa che ho fatto è stata pensare cosa avrebbe significato per la mia famiglia. Ho pensato ai miei due figli, James e Jaiden, ed al fatto che gli dovevo dire che era tempo di traslocare. Sapevo che per loro sarebbe stato uno shock – primo perché era subito prima dell’inizio della scuola, e poi perché sapevo come Boston fosse ormai casa. Per tutti noi. I ragazzi erano andati da mia madre mentre Kayla ed io eravamo via, e così mentre tornavamo dall’aeroporto li abbiamo chiamati su FaceTime. Sapevo che la notizia sarebbe uscita prima o poi, ma io volevo essere sicuro che lo sapessero da me. E così gli ho detto quello che era successo: papà è stato scambiato.

James, il mio figlio più grande – penso sia veramente figlio di suo padre, perché ha fatto la stessa domanda che ho fatto io. “Per dove?”. “Cleveland, mi hanno scambiato per Kyrie”. E sono sicuro che avete capito cosa è successo dopo.

“LEBRON! LEBRON JAMES! Papà… giocherai CON LEBRON JAMES!”

Jaiden, invece, è il mio figlio più piccolo, forse un po’ più sensibile, ed ama Boston più di chiunque altro. Così sapevo che la notizia gli avrebbe fatto più male. Ed a vedere la sua reazione quando ha sentito la notizia, avevo ragione. Sembrava gli si fosse spezzato il cuore.

Gli ho chiesto “Jaiden, sei felice o triste?” “Triste”. “Perché?”. E lui “Perché a Cleveland forse non ci sono piste per skateboard”. A lui piace molto lo skateboard e cose così. Quindi era molto seccato per questo (Cleveland, se avete piste per skateboard scrivetemi su Twitter).

Qualche ora dopo, ne parlavano tutti. I miei profili social stavano esplodendo. Forse ho avuto mille messaggi e visto più di mille reazioni. Ma la verità è che le uniche due reazioni che avevo avuto, quelle dei miei figli…erano tutto ciò che mi serviva. Tutti quei rumors, le analisi…i miei figli avevano indovinato solo dopo due minuti su FaceTime. Qualsiasi cosa su quello scambio, tutto quello che avevo nel cuore in quel momento, lo avevano ridotto alle uniche due cose che importavano veramente.

Una come ha detto il mio figlio più grande “LeBron James”, o per dirla in un altro modo, mi stavo unendo alla miglior squadra dell’Est e potevo provare a vincere un titolo accanto al miglior giocatore del mondo. Seconda cosa, come ha detto il mio figlio più piccolo “triste”, o “cavolo, questa città mi mancherà. Mi mancherà essere un Celtic.” Lo dico: fa male. Fa molto male. E non voglio mentire, fa ANCORA male.

Non è che non lo capisco, certo che lo capisco. E’ un business, Danny è un businessman e ha fatto uno scambio. Io non sono d’accordo e non penso che i Celtics siano migliorati facendo questo scambio, ma non è il mio lavoro. Sono affari di Danny. Ed è un lavoro difficile e lui è molto bravo in questo. Ma alla fine questi affari sono solo una cosa: business. Così le emozioni non contano. Sono cresciuto e so dove sono arrivato quando ho iniziato a giocare in questa lega, e finora sono stati più i momenti buoni di quelli cattivi. Non è che io penso che io sia seduto qui a scrivere questa cosa perché penso mi sia stato fatto un torto. Non è così. Boston aveva diritto di scambiarmi. E poi, in molti modi, penso sia stata una buona lezione. Non solo per me ma per tutta la lega. Ed anche per i fans e i media, per come parlano dei giocatori che cambiano squadra.

Ci pensavo l’anno scorso, con KD e la sua free agency – per come la gente gli ha fatto passare tempi difficili per aver fatto quello che lui pensava fosse meglio per il suo futuro. Come lo hanno fatto passare per maleducato quando invece ha fatto solo una cosa che era suo diritto in quanto free agent nella lega. “E’ egoista” “E’ un codardo”. All’improvviso solo per aver fatto il suo interesse era diventato questa brutta persona.

Ma questo è quello che penso che il mio scambio possa aver fatto vedere alla gente. Voglio che loro vedano come sono stato scambiato così all’improvviso dalla franchigia per la quale ho lottato e dato tutto me stesso. Ecco perché la gente ha bisogno di cambiare la loro prospettiva. A parte qualche rara eccezione se siamo free agent, 99 volte su 100 sono i proprietari che hanno il potere. Così quando i giocatori sono scambiati a destra e sinistra ed hanno le loro vite cambiate all’improvviso senza dire niente… poi a volte è il giocatore che ha il controllo della situazione ed è uno scandalo? Basta essere onesti ma, secondo me, questo dice molto di cosa siamo come lega ed anche come società. E dice anche quanta strada abbiamo ancora da fare.

E come ho detto non ci sono emozioni. Ma spero solamente che la prossima volta che un giocatore lascia da free agent, e tutti gli vogliono saltare addosso o parlar male di lui, forse adesso ci penseranno due volte. Forse guarderanno nella lega, guarderanno ad un caso come il mio e si ricorderanno che lealtà è soltanto una parola. Ed è una parola molto potente se vuoi che lo sia, ma quando si parla di affari non c’è nulla su cui contare.

Allo stesso modo, invece, le persone devono capire. Anche dopo aver detto tutto questo, fa ancora male, molto male. E penso che le persone capiscano che quando dico che fa male non è diretto verso nessuno. Non dico che qualcuno mi ha fatto del male, o mi ha fatto un torto, o mi ha tradito. Sto dicendo che io sono un umano. Può sembrare che io sia un duro, in campo, che abbia “ice in my veins” quando sono in competizione, ma allo stesso tempo non è ghiaccio, ho sangue ed un cuore come tutti noi. Quindi quando dico che fa male, sppiate solo che non è per qualsiasi altra cosa fatta da qualcun altro. E’ solo per una cosa che ho fatto io: mi sono innamorato di Boston.

Quando i Celtics mi hanno scambiato, sapevo quale era il ruolo che avrei ricoperto – lo stesso di tutta la mia carriera NBA. “Guardia tiratrice che può giocare da playmaker” “Attaccante dalla panchina” “Sesto uomo”. Questa era già la mia terza fermata in quattro anni, e questo non è qualcosa che succede ad un “franchise player” o al playmaker del futuro. Questo non era il modo in cui la lega mi vedeva, ed io lo sapevo. E quando sono entrato nella trade, credo lo sapessero anche i tifosi dei Celtics. Sapevano che io ero parte di un processo di ricostruzione e questo non era il tempo per pensare ai playoff o a niente. Dovevano essere anni di transizione: raccogliere buoni giocatori, trovare giovani talenti e forse perderne degli altri. O almeno era quello che tutti ci dicevano.

E penso sia questo il motivo per cui mi sono trovato così bene a Boston, e perché ci siamo connessi l’uno con l’altro come poi abbiamo fatto. Tutta la mia vita l’unica cosa che avevo fatto era vincere e giocare del buon basket. Ma all’improvviso come un professionista la gente mi diceva che io dovevo stare in panchina, e la cosa migliore che potessi sperare era essere lo scorer di una squadra in ricostruzione. Ed è quasi la stessa cosa per questa era dei Celtics. Sin da quando sono esistiti, tutto quello che hanno fatto è vincere e giocare grande basket. Ma adesso all’improvviso la gente diceva ai loro tifosi che dovevano fare una ricostruzione e che sarebbero stati un lottery team per un po’. Ed è come se io e la città, la squadra e questi tifosi avessimo diviso il cuore e la stessa mentalità. Volevamo entrambi vincere adesso e nessuno dei due aveva tempo per le critiche. Come dire “Fanculo la lottery!”

E penso che poi si sia evoluta in questa cosa speciale, questa connessione speciale e questo momento speciale. Tutti hanno le loro statistiche e i loro numeri e tutti questi esperti pensano di sapere tutto sulla lega, ma non hanno mai saputo niente di me. E non sanno cosa voglia dire avere una cultura vincente – i tifosi, i giocatori, gli allenatori, il front office, fino in cima. E questo lo avevamo, era il primo posto, la prima organizzazione, il primo gruppo di tifosi che non aveva guardato a me, alla mia tagliaa e mi aveva messo nello stesso ruolo di sempre. Mi avevano dato la possibilità di essere grande, e io non lo dimenticherò mai.

Ed ecco perché la gente mi chiede molto spesso dei playoff dell’anno scorso. Di come anche dopo la scomparsa di mia sorella Chyna io abbia giocato comunque Game 1 contro Chicago. Ma la cosa incredibile è che la vera ragione per la quale avrei dovuto giocare era leggermente diversa dalla motivazione per cui avrei giocato veramente. All’inizio pensavo di dover giocare perché onestamente sono fatto così quando si parla di basket. Con il basket è sempre stato così, qualsiasi cosa stesse accadendo nella mia vita ho sempre saputo di poter andare al campo da basket.

Tutto quello che devo fare è trovarne uno e poi so che starò bene per il tempo che passerò su quel campo. Perché questo è quello che il basket è sempre stato per me attraverso gli alti e bassi della mia vita, mi protegge da qualsiasi cosa io stia passando nella mia vita. E quando sono arrivato all’arena quella sera dopo la morte di Chyna, pensavo “Ok, questo deve succedere. Il campo dev’essere la mia protezione oggi. Mi deve aiutare a dimenticare. Ma quando sono entrato in campo è stata una di quelle cose anche difficili da descrivere. L’applauso posso ancora sentirlo, la gente aveva cartelloni che posso ancora vedere THIS IS FOR CHYNA. WE ? ISAIAH. Quel tipo di cose lì. Poi hanno fatto un minuto di silenzio, tutti, in memoria di Chyna e in quel momento ho capito che non avevo bisogno della protezione del campo.

Non dovevo essere solo perché tutta l’arena era lì con me. Onestamente credevo che tutta la città di Boston fosse lì con me. Ed a quel punto, mi ha colpito ed ho capito che dovevo giocare per forza. Per prima cosa per Chyna e per la mia famiglia, ma anche per la mia città, perché quello che mi stavano facendo vedere quella sera era tutto ciò di cui avevo bisogno: sapere di non essere solo. Mi stavano facendo vedere che stavano passando la stessa situazione che stavo passando io in quel momento. Mi stavano facendo vedere che io ero uno di loro e che eravamo insieme in quella situazione. E per due anni e mezzo lo siamo stati.

Sto dicendo questo, qui, di punto in bianco, per finire e poi lo potete scrivere dove volete: meglio non scherzare con i Cavs quest’anno. Sarà un grande anno per un tifoso dei Cavs, e io sono molto emozionato. Dal punto di vista del basket, io ai Cavs è una situazione perfetta. Se avete visto le partite dei Celtics l’anno scorso, sapete quante volte mi hanno raddoppiato o anche triplicato. Poi è finita bene per noi, la squadra giocava bene e i miei tiri entravano. Ma quest’anno non sarà il caso. Veramente raddoppierete o triplicherete me quando sto giocando con il miglior giocatore del mondo? Naaa, non penso. E questo è solo LeBron. Guardo il roster e tutto ciò che vedo sono ragazzi con cui non vedo l’ora di giocare: Kevin Love, Tristan Thompson, JR Smith, Iman Shumpert… per me non è un caso che loro abbiano vinto l’Est per tre anni di fila. E ora hanno aggiunto me, D.Rose e Jae? Tifosi dei Cavs, prepariamoci a divertirci!

Certo, essere nella squadra “centro” dell’Est, non lo nego, è una serie di emozioni contrastanti, perché questo volevamo a Boston, battere i Cavs e vincere l’Est, e so anche che è ancora l’obiettivo dei Celtics. Ma adesso io sono quello che li deve fermare dal loro raggiungere l’obiettivo. E sarà difficile perché quando saranno i playoff, se e quando dovremo affrontare i Celtics sarà difficile, perché non sarà solo “la mia ex squadra”. Sarà la MIA EX SQUADRA. Il posto dove i free agent vogliono venire a giocare. E mi sento come se io li ho aiutati a costruire questo. E poi i playoff all’improvviso. Sarà come “Ok, adesso distruggi tutto.” E’ triste. Ma non sono venuto a Cleveland per perdere.

Come ho detto quando è uscita la notizia della trade ho ricevuto un sacco di messaggi, ma ce n’è stato uno in particolare, di Tom Brady. ‘Ehi, IT, ho sentito la notizia. Stai bene?’. ‘Sto bene, cioè… è una cosa folle. E’ un gioco freddo’. ‘Lo è. Buona fortuna. Farai bene. Ci sentiamo presto’. Non era solo quello che lui ha detto, anche se per lui senza dubbio era bello dire quelle cose, ma era il significato, il ricevere un messaggio da uno come Tom, che è una leggenda dello sport a Boston. Ha reso la cosa meno amara.

All’inizio onestamente mi ha urtato un po’: guardo una carriera come quella di Tom con i Patriots ed è esattamente la carriera che volevo costruire io con i Celtics: scelta bassa al draft, entrare in punta di piedi e poi all’improvviso iniziare a vincere e vincere. E poi iniziare una dinastia. Stare a Boston e vincere, vincere e vincere per il resto della mia carriera fino ad essere considerato uno dei migliori Celtics di sempre. Questo era quello che volevo diventare. Volevo essere per i Celtics quello che erano stati Brady e Ortiz per le loro squadre. Volevo che questa era dei Celtics entrasse nella storia. Quindi quando ho ricevuto quel messaggio da Tom un po’ mi sono sentito giù.

Poi però ci ho pensato di nuovo, ed ho cambiato la mia prospettiva. Ho realizzato che ‘Ehi, quello è TOM-FUCKING’-BRADY!’ e io sono stato qui solo due anni e mezzo. Tom Brady non manda messaggi a chi ha giocato a Boston per due anni e mezzo, a meno che non abbia fatto qualcosa di speciale. Quindi forse, non so… magari è qualcosa di cui andare orgogliosi. E forse il mio tempo qui anche se alla fin non era quello che avevo immaginato forse ha significato comunque qualcosa per qualcuno.

Quindi immagino che la mia testa sia lì in questo momento. Fa sempre male, sono sempre triste e sono sicuro che la mia Celtics Family mi mancherà per un po’, ma ora sto andando a Cleveland per fare ciò che ho sempre fatto. Forse non sarà la carriera che ho sognato di avere l’anno scorso o il mese scorso ma quando ci pensi è stata la mia carriera dall’inizio. Non è mai stato un sogno che si è avverato, e nemmeno quello che ti aspetti, ma sono semplicemente stato io.

E forse questa è la risposta a tutto ciò, sapete cosa voglio dire? Ok, non sarò mai Tom Brady o David Ortiz, e nemmeno Bill Russell, Paul Pierce, Kevin Garnett o Larry Bird. Ma anche se lo fossi stato senza questa trade o se non lo fossi stato, mi piace comunque immaginare una cosa.

Mi piace immaginare che in un tempo non lontano da adesso, da qualche parte a Boston qualcuno, magari un genitore, parlerà di basket a suo figlio e il figlio gli chiederà ‘Ehi, perché sei diventato un tifoso dei Celtics?’ e quel genitore ci penserà e poi sorridendo dirà la verità ‘Ho visto giocare Isaiah Thomas’. Questo mi farebbe molto felice. Per me penso sarebbe abbastanza”.