Commovente. Basta una sola parola a sintetizzare il turbinio di emozioni generate da Gregg Popovich, grande uomo prima che grande coach, nel suo discorso di ringraziamento a Tim Duncan. Coach ‘Pop’ ha raccontato i primi momenti della carriera di Tim Duncan, diversi retroscena durante gli allenamenti, soffermandosi sul lato umano del ragazzo, quello che non si è mai visto dalle telecamere.
Ho incontrato Timmy per la prima volta poco dopo averlo draftato, una decisione davvero difficile (ride), anche un cane o un gatto avrebbero potuto prenderla. Non serviva un gran cervello per capire che era un giocatore speciale.
Ma dopo averlo scelto, ho deciso di andare a casa sua (sull’isola di Saint Croix, n.d.r.) per capire che tipo di persona fosse, e non mi ci è voluto poi molto. Certo, avrebbe potuto dirmi che là si guida sul lato opposto della strada, ma non lo ha fatto. Ho rischiato la vita due o tre volte soltanto per arrivare a casa sua.
Una volta lì abbiamo vissuto sulla spiaggia per un paio di giorni, abbiamo nuotato, abbiamo parlato. Ho capito subito che era speciale, principalmente perché abbiamo parlato di qualsiasi cosa tranne che di pallacanestro.
Ma è anche un tipo particolare. Ai primi allenamenti con la squadra si è presentato con i pantaloncini al contrario. Mi ha lasciato di stucco per un attimo, poi mi ha detto semplicemente: “io mi alleno così”.
E’ un enigma per certi versi. Voi pensate che Kawhi Leonard sia un tipo che parla poco [ride], i suoi primi tempi a San Antonio mi sembrava di comunicare telepaticamente. Gli dicevo qualcosa e lui non mi rispondeva. Mi guardava e basta. Non sapevo neanche se mi stesse ascoltando. Poi scendeva in campo e capivo che non solo mi ascoltava, ma capiva perfettamente tutto ciò che stavo dicendo.
C’è una storia che però voglio raccontare. Alla fine del suo primo contratto c’era la possibilità che finisse a Orlando. Di quei giorni mi ricordo le ore passate in giardino, anche fino alle due di notte, a parlare di cosa avrebbe fatto e di quali erano i programmi della squadra. Dopo avermi fatto patire le pene dell’inferno, arriva a casa mia una sera e di punto in bianco mi dice: “Pop, prima che tu possa dire qualcosa devo dirti che vado a Orlando“.
Ma non mi ha detto subito che stava scherzando. Ancora oggi lui pensa che sia divertente, ma mi ha lasciato senza parole per una decina di secondi prima di dirmi la verità. Non ricordo cosa ho fatto, ma credo di essergli saltato addosso e averlo abbracciato.
Ricordo quando è arrivato Manu (Ginobili, n.d.r), gli ho detto: “Timmy, non crederai ai tuoi occhi.” Ai primi allenamenti però Manu non era al 100% per via di un infortunio alla caviglia. Era scattante come possiamo esserlo io e R.C. Timmy non era impressionato. Mi ha guardato con due occhi che dicevano: “Andiamo Pop, sul serio?”
L’ultima cosa che voglio dire… (tira fuori un fazzoletto dalla tasca) mi sono promesso che non lo avrei usato, quindi non lo farò. Quello che voglio dire però è la cosa più importante che io possa dire su Tim Duncan. Ed è un ringraziamento ai suoi genitori, che oggi non sono più con noi, perché quell’uomo che adesso siede davanti a me oggi, vent’anni dopo, è esattamente la stessa persona che ha attraversato la nostra porta per la prima volta nel 1997.
