Dennis Rodman ha avuto una carriera per nulla ‘banale’. La stella dei Bulls, in grado di dominare l’NBA al fianco di Michael Jordan e Scottie Pippen, ne ha vissute di tutti i colori (come i suoi capelli!) e se il fatto che non abbia problemi a vestirsi da donna, che abbia avuto un numero riguardevole di relazioni con diverse signorine e che sia il migliore amico del dittatore Kim Jong Un possono risultare aneddoti ‘spassosi, la storia dietro il tentato suicidio non ha nulla di divertente. Erano gli anni ’90 e Rodman si sentì tradito dalla fine dell’era ‘Bad Boys‘ ai Pistons.

“Non sono mai stato amato da nessuno, nemmeno da mia madre e da mio padre. Cercavo qualcosa che mi facesse stare bene. Quando sono arrivato a Detroit non ero abituato a ricevere così tanto affetto, così tanto amore. Non sapevo cosa stava succedendo – ha raccontato Rodman a ESPN -. Poi un giorno la franchigia ha cominciato a disgregare la squadra e mi sono sentito tradito. Ero così innamorato del modo in cui mi amavano in città che non sopportavo l’idea di perdere tutto questo. Ero solo. Non avevo nessuno a cui rivolgermi. Così un giorno scrissi un biglietto d’addio e andai al parcheggio dell’Arena. Avevo una pistola in mano, pronto a farla finita, ma per qualche motivo ho iniziato ad ascoltare musica in macchina. Erano i Pearl Jam con “Even Flow” e “Black”. Poi mi sono addormentato. Quando mi sono svegliato avevo tutta la polizia attorno a me. Non capivo cosa stava succedendo perché mi ero completamente dimenticato del motivo per cui ero lì. Il basket non c’entrava nulla, mi sentivo solo. E quando sono arrivato all’NBA, non mi aspettavo che l’NBA fosse così. Non sapevo che le franchigie potessero scambiare giocatori così facilmente. Questo è ciò che mi ha spinto a quel punto.”
