Si sente spesso parlare di lealtà nell’ambiente NBA, la maggior parte delle volte in termini negativi. Le franchigie NBA hanno il pieno potere sui destini dei giocatori, scambiati da un giorno all’altro e sballotati da una parte all’altra dell’America senza grande preavviso. Gli stessi giocatori spesso forzano la propria cessione con la ‘minaccia’ di non rinnovare, oppure preferiscono far scadere i loro contratti per poi accordarsi con il miglior offerente in termini di miglior contratto/maggior possibilità di vincere.
È tutto un business? Forse sì, ma qualcuno dimostra ancora di credere in determinati valori. Damian Lillard, stella dei Portland Trail Blazers, ha spiegato di trovarsi bene nella sua franchigia anche se le possibilità di vincere un anello restano alquanto basse. Commentando la situazione lagata ad Anthony Davis, pronto a lasciare i Pelicans per vincere un anello, Lillard ha comunque spiegato di comprendere le ragioni del collega. Ai microfoni di Yahoo Sport, Lillard ha paragonato così la sua situazione a quella del centro di NOLA: “ho passato gli ultimi sette, otto anni di carriera cercando di superare questo ostacolo (vincere un titolo NBA, ndr), è una cosa difficile. Ciò che non ho mai voluto fare però è dare per scontata la mia posizione. Oggi avrei potuto essere in una posizione decisamente peggiore a quella in cui mi trovo, potrei essere in un posto in cui non sono apprezzato come lo sono qui (a Portland, ndr). Tutti noi giochiamo per vincere un titolo, io faccio di tutto per darmi la possibilità di giocare per il titolo. In questi anni ho imparato però che non si tratta solo di questo. C’è dell’altro, molto altro (…) quando la mia carriera da giocatore sarà finita, tutte le relazioni, tutte le persone che avrò conosciuto, potranno dire e testimoniare quanto la mia carriera sarà stata solida, di come sia stato in grado di rimanere tanti anni al vertice, e di come abbia ottenuto tutto ciò nella maniera giusta.
Prima di pensare di prendere un certo tipo di decisione. Prenderei in considerazione le ripercussioni che questo tipo di decisione potrebbe avere sulle persone a me vicine, sulle loro famiglie… di certo non lo farei solo perché ‘è la cosa migliore per me’. Io voglio vincere un titolo, ma vincere non è l’unica cosa che conta per me. Non voglio ridurmi a dovermi ‘vendere’ per raggiungere il titolo NBA a tutti costi, se questo implica conseguenze per altre persone.
Io ed i miei compagni siamo amici. Chief (Al-Farouq Aminu, ndr) è un amico, C.J. McCollum è un amico. Per me vincere un titolo significa tantissimo, ma non è la sola ragione. Ciò che conta sapere per me è che ci sono persone così. Potrei decidere e dire ‘ok, vado in un’altra squadra a vincere’ e magari così facendo rovinare una stagione per altre persone. Queste direbbero ‘Dame se ne va, qualcuno dovrà andare via assieme a lui… questa o quella squadra pensano che io non sia abbastanza bravo per loro e non mi vorranno…’ e la carriera di questo giocatore, la sua famiglia potrebbero risentire delle conseguenze della mia richiesta. La decisione di una sola persona può condizionare la vita di tanti altri? Andare in un’altra squadra mi garantirebbe senza dubbio di poter vincere? Questi sono i motivi, per me.
Davis? Spero possa trovare ciò che cerca. Siamo entrati nella NBA nello stesso anno, sono passati ormai 7 anni… credo che lui senta di aver fatto tutto il possibile (a New Orleans, ndr), ed ora ha manifestato il suo desiderio di voltare pagina. Non si può biasimarlo. A qualcuno non sarà piaciuto il modo in cui ha manifestato il suo desiderio, ma Anthony è ponto per fare il passo. Le squadre decidono ogni giorno sulla carriera dei giocatori…scambi, tagli, risoluzioni. La spiegazione è sempre una: fa parte del gioco, il che è vero. Ma quando è un giocatore a prendere una decisione del genere c’è una sorta di resistenza… io non ho alcun problema con questo. Non me l’aspettavo, questo si”.
