Manu Ginobili, l’argentino che ha scritto la storia – A vederlo adesso, magrolino e senza capelli, alla soglia dei 40 anni, non direste mai che è un giocatore di basket, altezza a parte, 198 cm, gigante per le persone normali, ma fra i piccoli nel mondo della palla a spicchi. Eppure, dategli una casacca nero-argento ed un pallone arancione e vi stupirà con una delle sue formidabili giocate. Di chi stiamo parlando? Di Manu Ginobili ovviamente, la leggendaria guardia sudamericana che ha fatto la fortuna di San Antonio Spurs, Argentina e che per qualche hanno ha incantato l’Italia.
Manu Ginobili, la nascita della legenda – Manu nasce in Argentina, nella cittadina di Bahia Blanca nella quale cresce a pane e basket. È il più piccolo di tre fratelli e si definisce anche il più scarso, guardando alla sua carriera e a ciò che ha vinto, ci permettiamo di dissentire. Muove i primi passi nella squadra del padre, ma si fa notare al mondo intero in Italia. Nel 1998 si strasferisce a Reggio Calabria, nella Viola in a A2. L’argentino trascina i calabresi alla promozione in A1, guadagnandosi l’attenzione dell’NBA. Gli Spurs lo chiamano alla 57ª scelta, realizzando uno dei più clamorosi Draft steal della storia. Resta in Calabria a maturare e con la Viola raggiunge anche ai Playoffs, fermandosi ad un passo delle semifinali contro la Virtus Bologna. Passerà poi proprio alla Virtus Bologna vivendo un biennio da sogno.
Manu Ginobili, i titoli in Italia – La Virtus perde Danilovic, quello che in NBA sarebbe definito come ‘l’uomo franchigia’, ma trova in Manu il suo talismano. La squadra emiliana raccoglie 33 vittorie consecutive fra Campionato ed Eurolega, firma 9 successi di fila ai Playoffs e conquista il campionato. Al titolo italiano si affiancano la Coppa Italia, vinta contro Pesaro, e l’Eurolega, vinta contro il Tau Vitoria. È triplete! L’anno successivo arriva il bis in campionato e in Nazionale perde la finale dei Mondiali contro la Jugoslavia, portandosi a casa un’argento. Il pass per l’NBA è staccato.
Manu Ginobili, la conquista dell’NBA – Il basket USA accoglie finalmente il talento di Ginobili, ma il modo di giocare di Manu mal si sposa con gli schemi tattici degli Spurs. Greg Popovich non sarebbe Greg Popovich se non fosse riuscito a inserire gradualmente l’argentino nel progetto, e Manu non sarebbe Manu se non si fosse umilmente calato negli schemi vincenti di coach ‘Pop’. Il feeling cresce: Ginobili fa la fortuna degli Spurs, gli ‘Speroni‘ fanno la fortuna di Manu. Al primo anno, insieme alle stelle Duncan e Robinson, ad un giovane Parker e a quel Steve Kerr che adesso allena i Warriors, conquista il primo anello, nonchè la nomination a rookie del mese di marzo. In gara-4 di quelle finali mette 21 punti contro i Nets, da rookie, sottolineatura d’obbligo.
Manu Ginobili, la ridefinizione del ruolo di sesto uomo – Con gli Spurs ricopre con risultati incredibili sia il ruolo da titolare, che quello da sesto uomo dando una nuova dimensione al ruolo: non più il primo dei rincalzi ma una vera e propria stella, utilizzata nei momenti cruciali per spaccare la partita. Neanche a dirlo nel 2008 viene eletto miglior sesto uomo della stagione. Insieme al talento di Duncan e alla crescita di Paker, Manu conquista altri 3 anelli: nel 2004-2005 contro i Detroit Pistons, nel 2007 contro i Cavs e nel 2013 contro Miami, negando entrambe le volte l’anello a LeBron James.
Manu Ginobili, eroe in Argentina – Eroe non solo in NBA ma anche in Nazionale. Da dato inizio e pone fine alla ‘Generacìon Dorada‘, l’Argentina capace di vincere l’argento nei mondiali 2002 e poi l’oro alle Olimpiadi del 2004. Quell’anno in finale Manu firma 16 punti contro l’Italia: ogni tiro, neanche a dirlo, accompagno da uno strano rumore di poster strappati. Parentesi in Nazionale che si conclude con il quarto posto alle Olimpiadi 2012 e l’addio in quelle del 2016.

Manu Ginobili, l’ultima partita (?) – Ieri notte, al termine del 4-0 inflitto dai Warriors ai suoi spurs, quella che potrebbe forse essere l’ultima gara della sua carriera. Il condizionale è d’obbligo, visto il personaggio, ma a giudicare dal tributo del pubblico di San Antonio, degli applausi degli avversari Curry e Durant e dai continui tentativi di coach Popovic di farlo rientrare in campo (tutti declinate con signorilità), quello di ieri ha tutta l’aria di essere l’ultimo tango di Manu: il sesto uomo, diventato leggenda.














