Addio a Mabel Bocchi — una leggenda del basket italiano

Oggi il basket italiano piange una delle sue figure più luminose e rivoluzionarie

Oggi il basket italiano piange una delle sue figure più luminose e rivoluzionarie. Mabel Bocchi si è spenta nella sua casa di San Nicola Arcella, in Calabria — la terra che aveva scelto come rifugio negli ultimi anni. Aveva 72 anni.

Nata a Parma nel 1953 da padre italiano e madre argentina, il suo nome — “Mabèl” — già raccontava una storia di radici miste, ma soprattutto di destino.
Fin da giovane mostrò carattere, determinazione, un amore sconfinato per il canestro. A 15 anni era già titolare in Serie B, e da lì la sua scalata sembrava naturale, inevitabile.

Con la maglia del GEAS Sesto San Giovanni divenne un punto di riferimento: 8 scudetti in 9 anni, e soprattutto — nel 1978 — la storica vittoria della Coppa dei Campioni, prima squadra femminile italiana in assoluto a trionfare in Europa.
Nella nazionale italiana conquistò il bronzo agli Europei del 1974 e — nel Mondiale 1975 in Colombia — fu la miglior realizzatrice del torneo. Una giocatrice insostituibile, un “centro” d’altri tempi, ma anche una voce forte contro le ingiustizie.

La vita: «un maschiaccio con un pallone sempre in mano»

In un’intervista del 2019, Bocchi raccontava di sé con una sincerità che lasciava trapelare dolore, orgoglio, ironia. Diceva di sé “maschiaccio”: non le interessavano bambole o giochi “da donna”, le piaceva il pallone. Aspettava Santa Lucia… e chiedeva un pallone.

Non amava il conformismo: in campo, in vita, nella società. Denunciava con forza le disparità di genere, le ingiustizie, l’ipocrisia. Non sopportava che le atlete ricevessero meno attenzioni, meno riconoscimento, meno diritti, rispetto ai colleghi uomini.

E con quel spirito ribelle — “di sinistra in modo ribelle”, come amava definirsi — non nascose mai la sua passione civile: per l’uguaglianza, per la dignità, per il rispetto.

Un tributo da parte di Dino Meneghin

In un articolo a lei dedicato qualche anno fa, fu scritto che “Mabel Bocchi, straordinaria giocatrice del passato… sta al basket femminile come Dino Meneghin sta a quello maschile”. Parole pesanti, che non evocano solo un paragone sportivo, ma un riconoscimento di valore, di impatto, di eredità.

Per quanto non ci risultino — nelle fonti consultate — dichiarazioni dirette recenti di Meneghin su di lei, è evidente che il suo nome e la sua figura erano già entrati nella leggenda: la Bocchi non era solo una grande atleta, ma un simbolo, un faro per generazioni di donne.

Quel paragone, detto — o scritto — da Meneghin, parla di rispetto. Di un posto nel panorama della pallacanestro che non si misura solo in canestri, medaglie o titoli, ma in dignità, coraggio, cambiamento. E a guardare la storia del basket femminile italiano… quel posto le appartenne e le appartiene.

L’eredità — e il vuoto

Con la scomparsa di Mabel Bocchi scompare una testimone diretta di un’epoca — un’epoca di sacrifici, di passioni, di lotte. Ma resta la sua voce. Resta la sua storia.

Resta l’esempio di una donna che ha saputo costruire strade dove non ce n’erano, rompere barriere, portare il basket femminile italiano a livelli impensati. Restano i suoi numeri, le sue vittorie, i suoi sogni.

E resta il monito: che lo sport — e la vita — non siano mai solo palestra di gloria, ma terreno di uguaglianza, rispetto, diritti.

Oggi Filadelfia, la sua Calabria, tutta l’Italia, le rende omaggio. E nello sguardo delle nuove generazioni di cestiste, ci sarà, ancora, un pezzetto di lei. Bambina che chiedeva un pallone, donna che regalava dignità.

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