La smania di vincere sopra tutto. Anche a costo di rovinare un animale e condurlo probabilmente alla morte. Una meschinità propria dell’uomo, incurante del pericolo a cui espone un essere vivente, costretto a vincere solo per la gloria del suo padrone. L’ultima storia che arriva dalla provincia di Torino lo conferma, dove una scuderia è stata sequestrata per doping sui cavalli. La procura della Repubblica ha disposto questo provvedimento nei confronti di un’azienda ippica, che gestisce ben 60 cavalli.
L’inizio delle indagini
L’avvio dell’inchiesta è avvenuto nell’autunno del 2020, in occasione di un concorso ippico nazionale di categoria mista, dove la scuderia in questione era riuscita a far man bassa di successi. All’interno dei box in cui stazionavano i cavalli però, erano stati rinvenuti alcuni farmaci a uso veterinario, oltre a dispositivi per l’inoculazione. Tutti ovviamente vietati dalla Federazione italiana sport equestri e dalla Federazione equestre internazionale. Per fare chiarezza sulla questione, in occasione di quel concorso tenutosi nei pressi di Pinerolo, erano stati effettuati prelievi di liquidi biologici ai cavalli, le cui analisi hanno fatto emergere la presenza negli animali di sostanze farmacologicamente attive (antinfiammatori, sedativi, antiipertensivi, diuretici), somministrate senza prescrizione medica e in assenza di patologie.
Sequestro e accuse
I risultati delle analisi hanno spinto la Procura della Repubblica di Torino a sequestrare la scuderia e deferire i titolari all’autorità giudiziaria per maltrattamento di animali, esercizio abusivo della professione medica e frode in competizioni sportive. Una condotta gravissima quella dei proprietari del maneggio che, per raggiungere le proprie finalità di lucro, hanno messo a repentaglio la salute dei propri animali, somministrandogli farmaci vietati e altamente pericolosi. Un comportamento meschino, di cui hanno fatto le spese quei poveri cavalli, costretti ad assumere sostanze particolari senza la benché minima patologia. Una prassi ormai diffusa, che premia il fine giustificando i mezzi, anche a costo di arrecare danno a esseri viventi. Una situazione che va fermata, perché gli animali non possono pagare per la meschinità dell’uomo.
