Trick e acrobazie, Alessandro Mazzara sullo skate verso Tokyo: “in Italia manca la cultura. Paura? La vita è una sola, fregatevene”

Alessandro Marrara ai microfoni di SportFair: dal format di gare di skateboarding alla strada verso le Olimpiadi di Tokyo 2020

La cultura dello skateboarding, in Italia, ancora non è troppo diffusa, ma presto potrebbe diventare uno sport sempre più amato e popolare, grazie al suo inserimento tra le discipline olimpiche, ma soprattutto ad Alessandro Mazzara, giovane atleta talentuoso e dal potenziale incredibile, ad un passo da Tokyo 2020.

alessandro mazzara skateboard
Foto di Piero Capannini

Nato ad Erice nel 2004, Alessandro, che vive a Roma, ha iniziato ad andare in skate all’età di 7 anni, quando suo padre Gaspare lo ha accompagnato per la prima volta allo skatepark di Cinecittà, vicino casa sua. E’ stato amore a prima vista: da quel momento in poi Alessandro non si è più separato dal suo skate, iniziando un percorso che lo ha portato ad ottenere risultati strepitosi sin da giovanissimo: a soli 13 anni ha vinto Vert Finals PRO Skate 2017 nel NASS Festival di Bristol.

Non tutti però conoscono bene il mondo dello skateboarding, come si disputano le gare, come si sfidano gli atleti, quanto tempo hanno a disposizione e come vengono assegnati i punteggi. E chi meglio di Alessandro poteva spiegarlo? Il giovane skater italiano lo ha fatto ai microfoni di SportFair, soffermandosi anche su altri aspetti importanti di questo affascinante sport.

Alessandro, puoi spiegarci il format delle gare di skateboarding?

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Foto di Piero Capannini

Lo skatboarding è entrato a far parte delle Olimpiadi da poco e da quel momento sono state organizzate delle qualifiche olimpiche che servono appunto per qualificarsi. Questo è un tipo di gara, ma poi ci sono anche gare fatte per passare una giornata a divertirsi tra skaters e sono gare che non servono per le qualifiche olimpiche, ma solo per divertimento e magari per guadagnare qualcosa, perchè nelle gare di skateboarding ci sono in palio anche dei soldi. Le qualifiche olimpiche sono un tipo di gara molto più strutturato. Nello skateboarding non c’è un criterio di giudizio ben preciso, il punteggio non dipende dalla manovra in sè, è più una cosa soggettiva: se al giudice piaci molto ti mette più punti, non esiste una tabella con scritto un punteggio specifico da assegnare ad ogni trick. La gara dura 45 secondi, nei quali devi fare una line, un giro, senza cadere e fare tutti i trick ripetutamente. Ci sono qualifiche, quarti di finale, semifinali e finali. Noi partiamo circa due settimane prima, perchè di solito le gare si svolgono in sedi lontane, come Cina, Canada e America. A Roma e in Italia non ce ne sono state perchè siamo indietro, la cultura dello skateboarding in Italia è veramente scarsa. Facciamo una settimana di allenamento perchè ogni gara ha una pista diversa, ci sono circa 150 partecipanti, dobbiamo gestire il tempo per allenarci il più possibile anche se ci sono tanti alteti e poi ci sono tre quattro giorni di gara tutti di fila. Le gare non olimpiche invece puoi gestirtele, solitamente si fanno jam session, ovvero si va tutti insieme in una stessa struttura. Queste gare non avendo una schedule, puoi gestirle come preferisci. Ci sono però anche gare con lo stesso format olimpico“.

Lo skateboarding è diventato a tutti gli effetti uno sport olimpico. Quanto è importante questo passo per il mondo dello skate? E’ cambiato qualcosa in te?

alessandro mazzara skateboard
Foto di Piero Capannini

“Gli skaters sono divisi in persone che ‘infamano’ le Olimpiadi e altre alle quali invece questa cosa piace. E’ un po’ come la break dance, essendo sport nati in strada la gente pensa che non sono sport da Olimpiadi. Io penso che lo skate è nato per strada sì, ma penso anche che le Olimpiadi sono un’opportunità, per i giovani, per i ragazzi che vogliono imparare a fare skateboarding. Da quando lo skate è alle Olimpiadi c’è il triplo delle persone che fa skate rispetto a prima e stanno anche costruendo degli skatepark nuovi, perchè girano più soldi. Credo quindi che sia un’opportunità per far crescere questo sport in Italia e anche in altri paesi dove lo skate non è conosciuto. La vedo come un’opportunità, oltre al fatto che posso divertirmi facendo skate e in più lavoro, perchè guadagno con lo skateboarding”.

Quale è la tua situazione attuale nel percorso verso Tokyo 2020?

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Foto di Piero Capannini

“Al momento sono 17°, quindi sono dentro, a maggio ci sarà l’ultima qualifica olimpica, se il Covid permette. Al momento è confermato, dal 23 al 26 maggio, in California a Long Beach dove andiamo per fare l’ultima gara. Per ora ci sono, ma comunque in base al punteggio, abbiamo fatto dei calcoli che anche se dovessi andare male dovrei essere dentro. Incrociamo le dita”.

Lo skate non è uno sport ancora popolarissimo, soprattutto in Italia, pensi che la tua figura e la partecipazione alle Olimpiadi possano essere d’aiuto per raggiungere un pubblico un po’ più vasto?

“A me non interessa essere famoso, ma solo di divertirmi, andare alle Olimpiadi e divertendomi magari ottenere un buon risultato. Poi magari vincendo diventerei famoso sì, e se succede sono felice se magari riesco a fare appassionare qualche persona allo skateboarding, ma molta gente ora già mi scrive, mi dicono che seguendomi si sono appassionati allo skate e io sono felicissimo, queste sono cose che mi fanno star bene”.

Come funzionano gli allenamenti di uno skater? 

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Foto di Piero Capannini

Da quando è uno sport olimpico, ci segue il Coni e abbiamo iniziato ad allenarci anche in palestra, anche al di fuori dallo skateboarding, ma per me sono due cose che vanno divise. Nel senso che secondo me se fai palestra non diventi più forte sullo skate, ma puoi magari prevenire gli infortuni, puoi farti meno male e diventi più forte in quel senso, ma non diventi più forte sullo skate. Gli allenamenti di skate li gestisco come preferisco, non abbiamo un orario ed una routine fissa, se io oggi mi sveglio e ho voglia di allenarmi vado allo skatepark, se per caso una volta arrivato al park non ho più voglia di fare skate mi siedo e sto lì con gli amici oppure me vado. Ogni settimana faccio due allenamenti di palestra, ma lo faccio per stare bene col mio corpo, mi piace stare in forma“.

Come hai affrontato il lockdown e quindi l’impossibilità di uscire ad allenarti all’aperto oltre che di viaggiare in giro per il mondo come eri abituato a fare?

alessandro mazzara skateboard
Foto di Piero Capannini

“Quando ci hanno bloccati eravamo tornati da due/tre gare di fila, avevamo fatto due mesi all’estero, eravamo in forma ed eravamo preparati per Tokyo, che sarebbe dovuta essere dopo poco. Siamo stati costretti a stare a casa. La situazione all’inizio non era ben chiara, il fatto che potessi andare ad allenarmi essendo atleta olimpico. Ho fatto quindi i primi due mesi del tutto a casa, ogni tanto scendevo sotto casa a fare qualcosa ma in quarantena bastava schioccare le dita per far sembrare che si facesse chissà quanto rumore e con tutto quel silenzio sembrava come se disturbassi allenandomi con lo skate, quindi mi sono fatto un mio orticino, ho giocato al computer e ho trascorso così i primi due mesi. Poi parlando con Federazione e Coni ho avuto il certificato per potermi allenare e ho ripreso ad allenarmi. Permesso che ho ancora adesso per potermi allenare visto che a Roma siamo in zona rossa”.

Cosa è cambiato quando finalmente le competizioni sono ripartite? Dovete seguire un protocollo specifico?

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Foto di Piero Capannini

Adesso dobbiamo fare il tampone prima di partire e tampone appena arriviamo e poi basta, mentre per Tokyo ci potrebbe essere la possibilità di essere vaccinati. La ripresa dal lockdown è stata semplice. Io sono nato in Sicilia e da piccolo dopo che trascorrevo tre mesi in vacanza lì e non toccavo lo skate, quando tornavo a Roma non sapevo quasi cosa fosse lo skateboarding, invece uscito dalla quarantena sono andato subito al bunker, uno skatepark di Roma e il primo giorno avevo ripreso un bel po’ di trick, quindi non è stato molto traumatico. Ho messo anche dei video su Instagram e la gente commentava ‘la quarantena ti ha fatto bene'”.

Lo skate può essere però anche pericoloso. Hai mai avuto paura? E cosa vorresti dire a chi non si avvicina a questo sport perchè teme di potersi fare male?

“Chi ha paura di farsi male non è fatto per lo skate e gli sport estremi. Io ho sempre fatto skate pensando a divertirmi e godermi il momento e non ho mai pensato a farmi male. Io ho comunque iniziato con casco, ginocchiere, gomitiere, quindi dal lato protettivo mi proteggevo, ero abbastanza sicuro. Consiglio quindi di fregarsene, la vita è una sola, lo skate regala tante emozioni, quindi merita anche un polso rotto. Anche io mi sono rotto delle ossa, ma penso che lo skate è lo skate e posso rompermi qualsiasi parte del corpo ma continuerò a farlo, perchè le emozioni che mi regala sono assurde. Quindi consiglio di provare, continuare, cadere e rialzarsi, è cadendo che si impara, da piccolo io ero sempre a terra, e di non preoccuparsi. Quando si fa skate non si deve pensare che ci si può fare male perchè quello è il momento in cui ci si fa poi male davvero”.

Cosa serve in Italia per far sì che sempre più giovani possano avvicinarsi a questo sport, non per forza per intraprendere poi una carriera da atleti professionisti ma anche solo per divertirsi?

“In Italia lo sport che tutti conosciamo e tutti praticano è il calcio, mentre in America lo skate è come da noi il calcio. Lì c’è proprio tutta un’altra cultura. Per far sì che questo succeda qua, in primis ci vogliono gli skatepark che ci sono lì, che sono ovunque, in ogni angolo. Qui a Roma, che è la capitale ed è enorme ce ne sono solo due, anche se non mi lamento perchè ora apriranno il terzo ad Ostia che sarà uno dei più grossi in Europa. Gli skatepark fanno molto, ma naturalmente serve il tempo. In America c’è sempre stata la cultura dello skateboarding, ma con le Olimpiadi sono tanti i ragazzini che si stanno appassionando, davvero troppi, quando vado allo skatepark qui a Cinecittà vicino casa, è pieno di ragazzi. Quindi molta gente sta iniziando, perchè vuole diventare forte, non so, o forse per moda. Adesso lo skate va abbastanza di moda, sui social soprattutto, su TikTok sono tutti con lo skate, pensano di saper fare skateboarding. Sta andando abbastanza di moda e se si continua così prenderà davvero piede in Italia, sta crescendo molto tra i giovani.

Cosa fa Alessandro quando non è sullo skate?

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Foto di Piero Capannini

“Esco con gli amici, gioco al computer, mi piace andare in moto. Ma alla fine la maggior parte del mio tempo lo passo sullo skate. Vado a scuola, dopo vado a fare skate, fino alle 20 circa, quando non faccio skate esco con gli amici. Mi piace la moto, c’è stato un periodo in cui mi sono comprato la motocross, ho iniziato a girarci, ma non sono mai andato in pista a fare i salti perchè mio papà sa che sono abbastanza matto e sapeva che sarei potuto morire il primo giorno di motocross, quindi non mi ci ha mai portato”.

Sei nato in Sicilia ma vivi a Roma da sempre, quale è il legame con la tua terra d’origine e quanto è diffusa la cultura dello skateboarding nell’isola?

“Sia io che mio fratello siamo nati in Sicilia, ad Erice, ma i miei genitori erano già trasferiti a Roma quindi viviamo da sempre nella Capitale. Ogni estate torno in Sicilia, anche a Natale. Da piccolo trascorrevo tre mesi in estate, adesso se riesco a fare una settimana devo dire grazie. Tanti ragazzi siciliani mi scrivono, fanno skate in strada, sui gradini, sotto le Poste, mi dicono che vorrebbero uno skatepark, se posso fare qualcosa, magari se posso scrivere al Comune. Quando ero piccolo mio padre aveva costruito una mini, l’avevamo regalata ad un signore, ma dopo che mi hanno scritto l’ho chiamato per chiedergli se potevo riprenderla, e così l’abbiamo regalata ad un ragazzo che l’ha montata in un prato a Trapani, ma non hanno nient’altro. Mi scrivono sempre perchè sono veramente appassionati e vorrebbero qualche struttura. Magari quando si saprà di me, che sono siciliano e sarò alle Olimpiadi si smuoverà qualcosa”.