Caster Semenya, il caso di Stato che fa tremare la IAAF

Caster Semenya si è rivolta alla Corte europei dei diritti dell'uomo per correre a Tokyo 2021, nel mirino l'ultima norma della IAAF emanata nel 2018

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Un vero e proprio caso mondiale, che ormai si trascina da una decennio senza che venga trovata una soluzione che ponga fine a quella che si è trasformata ormai in una battaglia legale.

Foto di Noushad Thekkayil / Ansa

Sotto i riflettori c’è Caster Semenya, atleta sudafricana che ormai dal lontano 2009 combatte contro la Federazione Internazionale di Atletica per via del suo corpo androgino, che secondo la IAAF non le consentirebbe di gareggiare contro altre donne nelle competizioni ufficiali. Dopo una lunghissima telenovela andata in scena nei tribunali di ogni ordine e grado, Caster Semenya adesso si è rivolta alla Corte europea dei diritti dell’uomo, con l’obiettivo di correre i suoi 800 metri alle prossime Olimpiadi di Tokyo 2021.

L’appoggio del Sud Africa

Foto di John Mabanglo / Ansa

Al fianco di Caster Semenya si è schierato anche il Sud Africa, in particolare il ministro dello Sport Nathi Mthethwa, che ha messo a disposizione dell’atleta ben 12 milioni di rand, ossia 671.500 euro, per sostenere le spese legali a cui dovrà far fronte Semenya, difesa da una squadra di avvocati sudafricani di cui fanno parte anche due legali inglesi, due canadesi e un francese. L’atleta sudafricana spera di ottenere il via libera per correre gli 800 a Tokyo, cosa che al momento non potrebbe fare stando alle norme della IAAF: “spero che la Corte europea ponga fine alle violazioni dei diritti umani da parte della Federazione internazionale nei confronti delle atlete. Tutto quello che chiediamo è che ci sia permesso di correre libere, una volta per tutte, come le donne forti e senza paura che siamo sempre state“.

La storia di Caster Semenya

Foto di John Mabanglo / Ansa

Il caso Caster Semenya scoppia precisamente ai Mondiali di Berlino 2009, quando l’atleta sudafricana conquista la medaglia d’oro negli 800 metri stracciando le avversarie. Il fisico e il volto spiccatamente maschili alimentano i primi sospetti, il regolamento della IAAF stabilisce che un’atleta può gareggiare con le donne se il fisico produce un quantitativo di testosterone che rispetta il limite di 5 nanomoli per litro. In caso contrario bisogna assumere ormoni per abbassarli, così Caster Semenya è costretta a piegarsi a questa norma. Ai Giochi di Londra del 2012 conquista l’oro negli 800 a cui partecipa grazie alla cura ormonale, sospesa però nel 2014 in seguito al caso di Dutee Chand. La velocista indiana viene esclusa dai  Giochi del Commonwealth 2014 per iperandrogenismo, così ricorre al TAS e vince con una sentenza che impone alla IAAF di sospendere il regolamento. Una decisione sfruttata anche da Caster Semenya, che blocca la cura ormonale e si prende l’oro negli 800 ai Giochi di Rio 2016.

Il nuovo affondo della IAAF

Foto di Julien de Rosa / Ansa

La sentenza del TAS spinge la IAAF a contrattaccare, finanziando uno studio teso a quantificare i vantaggi di un’atleta iperandrogina che gareggia contro le donne. Il lavoro, svolto dalla coppia di medici Bermon-Garnier e pubblicato sul British Journal of Sports Medicine, evidenzia come un’atleta con valori superiori al limite previsto può correre gli 800 in 2 secondi in meno delle avversarie. Sulla base di questa evidenza, la IAAF nel 2018 emana una nuova norma: le atlete androgine dovranno sottoporsi a una cura ormonale che tenga il testosterone entro il limite dei 5 nanomoli (come accadeva in passato), mantenendo però questo valore per sei mesi di fila. Solo così le atlete come Caster Semenya potrebbero partecipare alle gare dai 400 metri al miglio, compresi gli ostacoli. A questo punto la sudafricana smette di correre e si rivolge nel 2019 al TAS, perdendo però il ricorso. Segue l’appello al Tribunale federale svizzero, che inizialmente sospende il regolamento ma poi fa marcia indietro. Caster Semenya potrebbe gareggiare solo dietro assunzione di ormoni in grado di abbassare il suo testosterone, ma l’atleta sudafricana ha deciso di non farlo, perché tali pratiche generano effetti negativi sul suo corpo. Adesso l’ultimo appiglio per essere a Tokyo 2021 è la Corte europea dei diritti dell’uomo, davanti alla quale la Semenya potrà contare sull’appoggio del Sud Africa: è questa l’occasione per provare a cambiare definitivamente le cose.