Filippo Fiorelli
Credits: Instagram @filippo_fiorelli

“E tra un canestro e l’altro capivo che il basket non era il mio sport. C’era qualcos’altro che mi distraeva, che mi trascinava via. Non capivo cosa fosse. Guardavo quella palla che entrava nel canestro, la riguardavo, girava vorticosamente un po’ come… le ruote di una bicicletta. Ecco, sì, la bicicletta!

Quando ero piccolo vedevo mio nonno e mio padre uscire in bici e mi affascinava questo sport. Li guardavo mentre si mettevano il caschetto, le calze e le scarpette. E poi via, andavano a correre per tutte le strade di Palermo. In quel periodo sarei dovuto essere nella categoria Juniores ma, qui, in Sicilia, non vi era molta speranza di crescere per poi, forse, diventare professionista. L’unica cosa che mi rimaneva da fare era quella di andare su, al Nord. Mia madre, però, non voleva lasciarmi andare, a mio padre, invece, piaceva l’idea; ma nulla da fare, non c’era verso di convincerla.

Poi, un giorno accadde qualcosa che mi cambiò la vita. Un ragazzo aprì un negozio di biciclette sotto casa mia e, così, mi lasciai totalmente travolgere dal mondo del ciclismo, iniziando ad uscire in bici con questo ragazzo. Tornato da scuola mangiavo e subito dopo ero già in sella, ma non facevo chissà quanti chilometri: un’ora e mezza o due, non di più. Queste lunghe passeggiate in bici mi piacevano, mi divertivo, non sentivo la fatica di una salita o la paura di una ripida discesa, per me quello era lo sport che mi rendeva libero. Un giorno, in discesa, mi staccarono; corsi subito da mio padre, dicendo che volevo cambiata la moltiplica (avevo il 50), perchè per me era impensabile il fatto di essere stato staccato dai miei compagni di allenamento con cui pedalavo in assoluta tranquillità.

Iniziai a gareggiare tra gli amatori e gli occhi più esperti mi guardavano con interesse. Mi dicevano che avevo una buona gamba, che avrei potuto provare ad andare al nord e inserirmi in qualche squadra; ma in quel periodo, che va dal 2011 al 2013, non ero molto costante nell’allenamento. Infatti, andavo a scuola e avevo iniziato a fare il cameriere ma, un giorno, decisi che il ciclismo sarebbe stata la mia vita, il mio sport, la mia passione. Così iniziai ad allenarmi duramente e, a quel punto, uscendo in bici con persone più allenate di me con alle spalle tanti lavori specifici, iniziai a capire quanto fosse davvero faticoso questo sport. Mi trasferii in Toscana e venni accolto nel team Santambrogio.

La mia prima corsa fu la Firenze-Empoli, una corsa lunga e impegnativa; infatti a 130 km mi vennero i crampi, ma non mi diedi per vinto. Il giorno dopo, infatti, alla Torre di Fucecchio, andai in fuga insieme ad altri corridori che già si stavano affermando come, ad esempio, Giulio Ciccone; fu una bella esperienza. All’arrivo sentivo le persone dire “ma chi è questo ragazzo?” alcuni rispondevano “è Fiorelli”. Qualcuno aveva già sentito parlare di me, ma tutti i team erano al completo e, naturalmente, prendere un amatore in squadra era un po’ rischioso. Da quel momento ho iniziato a credere in me stesso, a diventare più consapevole dei miei mezzi e non mi sono più fermato. Nulla più mi ha separato dalla mia bicicletta. Nel 2015 venni convocato in nazionale un periodo, senza dubbio, bellissimo. Respirare l’aria del ciclismo internazionale, indossare la maglia azzurra, ritrovarsi Cassani in camera a darti consigli il giorno prima della gara, essere in un team che rappresenta l’Italia, capire che io stesso stavo rappresentando il mio Paese, è stato qualcosa di indescrivibile, unico. Nel 2017, però, successe qualcosa di inaspettato, un virus mi costrinse a stare fermo per un bel po’ di tempo; un periodo difficile che, comunque, superai senza problemi.

Il 2019 è stato, invece, l’anno delle sorprese. Vinsi una tappa e la classifica generale al Giro dell’Albania, una delle mie vittorie più importanti. L’ultima vittoria fu quella della Milano-Rapallo, una corsa abbastanza dura e lunga, arrivammo in tre al traguardo e io ebbi la meglio sui miei compagni di fuga, grazie al mio spunto piuttosto veloce.

Quando disputai l’Adriatica Ionica Race, con la nazionale, feci una buona prestazione e, in quell’occasione, mi si aprì un varco verso il professionismo, verso la Bardiani CSF Faizanè. Lì per lì non ci credevo molto, era solo una piccola possibilità. Un giorno, però, Paolo Alberati mi disse che potevo preparare i documenti e che sarei dovuto andare a firmare il contratto; non ci potevo credere, mi sembrava di sognare! Non ho tutt’ora ben capito cosa mi sia successo, penso che lo capirò non appena inizierò a gareggiare (il 30 Gennaio al Mallorca).

Se dovessi descrivere il ciclismo con tre parole? Ne userei solo una: fantastico!
Il ciclismo mi ha fatto crescere molto come persona. Marcello Massini, il mio ultimo direttore sportivo, ha molto puntato sull’aspetto umano del corridore, lui ha dei sani principi, sa che un ciclista è anche un ragazzo come altri; mi ha sempre dato tanti consigli e se sono qui è anche grazie a lui.

Naturalmente, mentre crescevo dal punto di vista sportivo, avevo un corridore che preferivo più di tutti, palermitano come me: Giovanni Visconti. Le prime volte che uscivo in bici con lui lo guardavo con ammirazione, quasi come se fosse un alieno, era il corridore che vedevo in televisione, mi sembrava una persona di un altro mondo. Poi, con il tempo, iniziai a capire quanto fosse umile e che, in fondo, era “uno di noi”, un amico. Mi rivedo molto in lui, abbiamo caratteristiche simili, reggo in salita e sono abbastanza esplosivo in volata. Proprio per questo motivo non ho una corsa ideale da voler conquistare, quando faccio una gara  punto sempre alla vittoria. Sicuramente una grande classica o una tappa al Giro d’Italia sono un po’ quelle corse che tutti i corridori, nella vita, si augurano di vincere. I miei più grandi punti di riferimento sono: Valverde, che è l’emblema del ciclismo, e Pantani che, invece, è il Ciclismo.”

Questa, in breve, è la giovane storia di Filippo Fiorelli che ha iniziato il vero ciclismo a vent’anni, si potrebbe dire tardi, ma non tardissimo. Ci saranno tante altre pagine da scrivere su questo ragazzo palermitano che da ora in poi, siamo certi, si affermerà sempre di più nel mondo del ciclismo.