Buon Compleanno Marco Pantani. Il commosso ricordo di Enzo Vicennati in un’intervista esclusiva a SportFair

Oggi Marco Pantani avrebbe compiuto 48 anni, il ricordo del Pirata di Enzo Vicennati ai microfoni di SportFair: “Questo suo cadere, rialzarsi e vincere è quello che un po’ ha fregato tutti, perché eravamo convinti che si sarebbe rialzato e avrebbe rivinto, invece, l’ultima volta, non ce l’ha fatta”

Incontro Enzo Vicennati in un bar di Palermo, capo redattore di Bicisport. Ci sediamo e ordiniamo un caffè ed una cioccolata e, dopo qualche minuto, iniziamo subito l’intervista. Tra i colori caldi di quel posto e la musica di sottofondo, si stava creando un’atmosfera magica, qualcosa di veramente particolare, stavo assistendo alla “ri-nascita” di un Campione del ciclismo, ma non uno qualsiasi, Marco Pantani.

Sono giovane, non ho mai visto il Pirata correre, non ho mai provato l’emozione di cui tutti mi parlano, quando si levava la bandana e attaccava su una lunga salita. Appartengo ad una generazione diversa, una generazione dove il ciclismo è una “macchina” e non cuore. Eppure, con le parole di Enzo, miste a tante emozioni, sono riuscita a vedere, per la prima volta davanti a me, Marco.

Rilassatevi, se avete qualcosa da fare… fatela, perché quello che si narra di seguito è la storia di un grande uomo, intrecciata con quella di diverse persone, che merita assoluta attenzione…

Il rapporto tra te e Marco com’è nato e come lo possiamo definire ?

“E’ nato quando eravamo giovani, entrambi alle prime armi al Giro d’Italia dilettanti del 1992. Era la prima volta che seguivo una grande corsa e per lui era il terzo assalto al Giro. Lui era motivato per un aspetto ed io per un altro. Quindi fu una conoscenza alimentata giorno dopo giorno. Il primo approccio avvenne nella tappa da Verona a Cavalese, quando gli chiesi se avrebbe attaccato e lui rispose con il solito gesto del mento che si sollevava, come per dire “ non so, vedremo”. E , infatti, vinse la tappa, alla vigilia di quello che poi fu il tappone in cui prese la maglia. Il nostro era un rapporto alla pari, ci toglievamo un anno e i corridori, anche se più giovani, maturano più in fretta, di fatto eravamo coetanei.

Lui mi piaceva perché non era un superman, un corridore come Kittel con un fisico con cui qualunque cosa voglia fare può farla. Marco era piccolino, magro, senza capelli, che ancora non si era tagliato; era un pelato con i ricciolini, quindi non ti dava l’impressione di uno spacca montagna. Eppure era grinta allo stato puro. Io a volte, scherzando, dico che  mi ricordava Billy Elliot, quando diceva: “ Io quando inizio a ballare esco da me stesso e sono elettricità”. Marco l’ho sempre visto così, era elettricità. Nel momento in cui saliva in bicicletta, diventava un’altra cosa e averlo potuto vivere per i pochi anni in cui è stato in sella, è stato sicuramente un privilegio”.

Puoi raccontarmi un episodio particolare vissuto insieme a Marco?

“Ce ne sono tanti: gli episodi del fuori corsa e gli episodi nella corsa. Quello che forse da più l’idea di chi fosse diventato Marco è un simpatico aneddoto avvenuto prima ancora che lui vincesse Giro e Tour. Si era infortunato alla Milano – Torino nel 95′ ed io avevo vissuto insieme a Fabrizio Borra, il suo fisioterapista, tutta la parte della riabilitazione. Andavamo un paio di volte al mese a vederlo fare ginnastica in acqua e fare le prime pedalate. A Gennaio decise di andare a Cortina con alcuni ragazzi, tutti gli anni andava a sciare con gli amici di Cesenatico, ma quell’anno aveva le stampelle, quindi era un andare solo per fare compagnia. Ero andato per realizzare un servizio in Veneto, quando lui mi disse questa cosa. Allora convinsi il direttore a lasciarmi fuori un paio di giorni in più per seguire Marco sulle piste. Mi ricordo che lo andai a prendere in albergo e mi chiese se potessi accompagnarlo fino alla seggiovia, per andare a mangiare con i suoi amici. Andammo alla partenza degli impianti e, prima che lui scendesse dalla macchina, andai a chiedere, vista la sua condizione, se fosse possibile fermare l’impianto. L’addetto mi guardò scocciato e disse “sì” di malavoglia. Marco si era comprato un bruttissimo cappello blu con il pelo di coniglio che gli copriva anche le orecchie, ma nonostante ciò fu riconosciuto dall’operatore della seggiovia e, cercando di non svenire dall’emozione, fermò subito l’impianto. Mentre salivamo sentivamo dire dall’altoparlante, ad intermittenza: “ sta… arrivando… Marco… Pantani”. Quando arrivammo in cima, provai sulla mia pelle che cosa significasse arrivare al traguardo e vedere davanti il plotone dei fotografi. Perché in cima c’erano tutti i tifosi di Marco che, sentita la notizia,  avevano preso le macchine fotografiche e, così, iniziarono a fare una valanga di foto. Non aveva ancora vinto né Giro né Tour e, intanto, aveva già acchiappato le persone con le due tappe vinte al Giro d’Italia contro Indurain e Berzin”.

Cosa distingue Marco da tutti gli altri campioni, sia dal punto di vista atletico che umano?

“Dal punto di vista atletico, sicuramente, la capacità di andare oltre se stesso. Marco probabilmente sapeva di non avere il motore di una ferrari, ma mentre gli altri appena arrivavano al limite del dolore si fermavano, lui era consapevole che se ogni qual volta lo avesse superato sarebbe riuscito a vincere. Una persona con una capacità di sopportazione del dolore o di spingersi oltre il limite come lui non l’ho mai vista. Dal punto di vista umano è rimasto, almeno fino al Tour, il Marco semplice di sempre. Quello che mangiava una piadina con gli amici o quello che, durante un servizio a casa sua, giocava con i pattini con Siboni che, cadendo malamente, si ruppe una mano e allora Marco, quasi intimorito, mi chiese  di non dire niente a Boifava, ai tempi il suo team manager.  Come un ragazzino che chiede di non dire al padre che si è comportato male.

 Quando morì Fabio Casartelli diede alla moglie il suo camper, in modo che potesse andare in Francia al monumento del marito. Marco era uno di cuore. Forse, per il suo essere sempre caduto ed essersi sempre rialzato, ha  ispirato persone sfortunate. Non so se perché vedevano in lui una speranza, ma oltre ai tifosi “normali”, aveva sempre avuto una serie di persone che dalla vita avevano ricevuto solo schiaffi. Marco, per un periodo, per molti, rappresentava la speranza. Questo suo cadere, rialzarsi e vincere è quello che un po’ ha fregato tutti, perché eravamo convinti che si sarebbe rialzato e avrebbe rivinto, invece l’ultima volta non ce l’ha fatta”.

Quando pensi a Marco che immagine ti viene in mente ?

“Mi viene in mente la sfida a braccio di ferro in cima a quella seggiovia, scena immortalata in una foto che mi ha regalato suo padre e che custodisco gelosamente.

 Però, in verità, non vi è proprio un’immagine, c’è tutto il vissuto accanto a lui e, mettendo insieme tutti questi episodi, capisco di essere stato fortunato per averli potuti vivere. Se a quel Giro d’Italia dilettanti fosse andato un altro, come si usa nei giornali…quando si crea il rapporto con un corridore, si cerca sempre di mantenerlo. E’ stata un po’ di fortuna, un po’ l’essere l’ultimo arrivato, ma ho sempre vissuto quell’opportunità di poter stare accanto a lui come un privilegio. Rispetto a quello che gli ho potuto dare raccontando, spero bene, le sue imprese, è molto di più quello che mi ha insegnato lui: stringere i denti, pensare che ogni obiettivo sia raggiungibile, non aver paura difronte a chi ti dice “no, non ce la puoi fare”.

Rispetto alla tragica storia che lo ha investito, a distanza di  quindici anni, per chi lo amava, è rimasto sempre con un grande rammarico. Si sarebbe potuto fare qualcosa in più per aiutarlo?

“Ci sono tante frasi fatte per rispondere a questa domanda, una delle più fastidiose è: “Come è stato un campione a vincere, è stato un campione a tagliare fuori la gente”. Io credo che forse stare accanto a una persona così “grande”  non è facile, anche perché non parliamo di uno “normale”, Marco è stato una “Rock Star”; stare vicino ad un altro ciclista probabilmente sarebbe stato più semplice.

Marco è uno che usciva dagli schemi e a lui piaceva il fatto di essere un personaggio, essere fotografato, riconosciuto. Quando era piccolo si esercitava a fare gli autografi perché, una volta diventato famoso, se qualcuno lo avesse richiesto, avrebbe saputo farlo. Per cui lui, ad un certo punto, è entrato in un giro dove veniva apprezzato più per il personaggio che mostrava, che per la persona che era realmente. E’ vero che da un certo punto in poi ha tagliato fuori gli amici;  però se tu sei consapevole che ti sai battendo per la vita di qualcuno, probabilmente butteresti giù le porte che ti vengono chiuse in faccia. Credo che in tanti non abbiano avuto la percezione che lui, o chi accanto a lui, stesse scavando la sua fossa; magari, capendolo, in molti avremmo fatto di più. Per questo motivo Martinelli e i suoi compagni, quando parlano di Pantani, hanno sempre un po’ di amarezza nella voce, perché è mancato l’applauso finale. L’ultimo applauso che ho sentito per Marco è stato quando è uscita la bara dalla chiesa…e non era quello l’applauso che meritava Marco Pantani. – immerso nel racconto, gli occhi gli diventarono lucidi (e non solo a lui)”.

Nel ciclismo di oggi ci sarebbe posto per il Pirata?

“Ci sarebbe bisogno di Marco. Una cosa di cui sono sempre stato convinto è che, se non fosse finita com’è finita, sarebbe sempre rimasto nel mondo del ciclismo. Lui amava la bicicletta e, sicuramente, avrebbe portato qualche sua idea nello sgangherato ciclismo italiano che, forse, sarebbe stato diverso.

 I due personaggi di quegli anni erano Cipollini e Pantani ma, mentre il primo l’ho sempre visto curvo su se stesso, il secondo era molto aperto. Non dimentichiamoci che i primi chiodi sulla croce a Marco li hanno piantati quelli che gli hanno voluto far pagare il fatto di non aver accettato i controlli supplementari del Coni. Marco era un capo popolo, ma nel senso buono del termine. Faceva suoi i problemi che non lo riguardavano personalmente. Quando era piccolo faceva a botte a scuola per difendere i più piccoli, era un anti-bullo, essendo lui stesso “un bullo”, ma buono. Ci sarebbe bisogno di un corridore così. Una sfida Pantani contro Armstrong me la sono sognata per una vita e nell’unico assaggio che c’è stato, “l’elefantino”  ha fatto tremare “l’amerikano”. Una sfida Pantani – Sky?…Me ne morirei.

Pantani è la sintesi di Nibali e di tutti quelli più forti che ci sono oggi, però lui aveva anche qualcosa in più.

Nel momento in cui è ripartito, prima dei grandi successi, lo ha  fatto con Luciano Pezzi; uno appartenente alla vecchia scuola, che aveva anche diretto Gimondi. Gli ha spiegato bene cos’è fare il capitano. E non è un caso che tutti i suoi compagni erano legati a lui. Non potrò mai dimenticarmi di Marco Velo, al Giro d’Italia 2001, quando andò a dire a Marco, piangendo, che andava via dalla Mercatone Uno.

Un altro che ha sempre dato una buona parola ai suoi gregari è Giovanni Visconti, forse c’entra il fatto che sia nato lo stesso giorno di Marco – ride- .

 Marco attaccava dieci volte sulla stessa salita. Adesso i corridori si siedono al terzo scatto, perché vanno troppo forte? E’ possibile. Il campione che si siede al terzo scatto, però, non sa “ farsi del male”, come se ne faceva Marco. Questo portarsi al limite dell’agonia è quello che lo rendeva forte”.

C’è un campione, attuale, che rispecchia Marco Pantani?

“No, non l’ho più visto e temo che non lo vedrò più. Adesso crescono con il computerino in testa, con il fatto che ti devi allenare in un certo modo perché te l’ha detto il tuo allenatore. Marco veniva dalla fame, lui voleva affermarsi anche socialmente.  Il ciclismo era uno sport dei poveri che volevano venire fuori. Oggi non c’è più questo, oggi i ragazzi stanno, super giù, tutti bene. Non c’è più quella voglia di fare ciclismo, perché è uno sport troppo faticoso. Sogni di diventare un calciatore, non un ciclista. Mi auguro di sbagliarmi, ma tutti i ciclisti di adesso li vedo ingabbiati in logiche troppo fredde e troppo limitate”.

Marco si è sfidato con due icone del ciclismo, Indurain e Armstrong, sai che rapporto aveva con loro?

“Cominciamo dall’ultimo, che odiava, lo chiamava RoboCop o l’Amerikano. Ha avuto la sorte di incontrarlo dopo Madonna di Campiglio. Se tu hai la percezione di correre in un determinato modo e ti ritrovi davanti una persona che ti cambia le regole, ti fa diventare nervoso. “RoboCop”, perchè era qualcosa di più di un uomo, un’organizzazione mostruosa. Nonostante ciò Marco l’ha accettata quella sfida, andando al Tour  del 2000 non perfettamente allenato, in una corsa che Lance preparava in maniera maniacale dall’inizio della stagione e, di contro, il Pirata l’ha sconfitto per ben due volte. Ciò vuol dire che un Pantani al 60% sapeva tenere testa alla più forte macchina da guerra del ciclismo di quegli anni. 

Parlando come giornalista, ma anche amico e tifoso, mentre nel 1999 Marco veniva mandato via per un valore troppo alto legato “alla sua salute”, all’altro, un mese dopo al Tour, venne trovata la positività ad una pomata che non si poteva usare. E quindi nella testa di Marco, in maniera naturale, giravano delle domande del tipo:“ Perché a lui si e a me no? Perché mi hanno mandato a casa e lui, che era positivo, no?”. Non lo amava e il dire di Armstrong sul Mont Ventoux “ l’ho lasciato vincere”, non è stato un gesto carino, perchè tra Campioni ci si rispetta.

Indurain, invece, lo rispettava. Quando vinse il Giro dilettanti del 92′ andammo a fare un’intervista a Marco a Cesenatico e durante la cena gli chiesi “ ma Indurain ?”, “ lo stacco quando voglio” mi rispose prontamente. L’anno dopo passò al professionismo e quando andò al Giro d’Italia del 94′ lo staccò davvero e da qui nacque la famosa frase di Indurain: “ Se vedo Marco scattare, mi giro dall’altra parte”.

 Pantani lo rispettava, pur sapendo che più grandi sono, più fanno rumore quando cadono. Ed era uno stimolo per lui avere un avversario così forte”.

Se avessi l’occasione di rivedere Marco Pantani, cosa gli diresti?

“Io credo che Marco non sia morto. All’obitorio mi avevano dato la possibilità di vedere il corpo, ma io non ho voluto. Preferisco ricordarmelo come l’ultima volta che l’ho visto. Se potessi vederlo adesso, forse lo manderei a quel paese, perché non si può morire così. Aveva troppe cose da dare ancora e si è fidato delle persone sbagliate. Però, onestamente, se siamo ancora qui a parlarne, l’idea che sia morto non va giù a nessuno. Per me Marco sta su qualche isola a pescare, a fare quello che più gli piace, ci guarda e si fa una risata. L’idea di Marco è viva, il fatto che si cerca sempre di fare un paragone tra Pantani e un altro, mi fa pensare che abbia lasciato un segno così grande. Dire che è morto…purtroppo è vero, ma non lo accetto. Tu muori se la gente che hai frequentato smette di pensarti, nel caso di Marco ciò non accade.

Poi, però, ti fermi un attimo a pensare e realizzi che non c’è più. Il tempo passa e il fatto che lui se ne sia andato in questo modo, lo terrà sempre giovane, ma non è che sia proprio una gran consolazione.  Sinceramente preferirei vederlo ora, invecchiato e con il pizzetto bianco. Però una cosa che si può dire è che…anche se manca, c’è”.

Non so voi cosa avete provato nel leggere queste parole, ma io leggendo e rileggendole mi sono sempre di più emozionata. Sentire parlare Enzo Vicennati di Marco è stata l’esperienza più bella che ho vissuto nel mondo del ciclismo. Con il passare del tempo ci saranno sempre meno persone che hanno avuto il privilegio di passare anche pochi minuti al fianco del Pirata. Malgrado ciò, sono sicura che attraverso racconti come questi Marco Pantani sarà sempre il termine di paragone con un altro ciclista, sarà sempre nominato durante un discorso, sarà sempre ricordato in modo, così, da non farlo mai morire. Se è vero che Marco è “elettricità”, allora sarà sempre accanto a noi e lo vedremo ogni qual volta un ciclista in discesa si mette nella sua posizione o, quando scatta, lo ricorda nei movimenti.

Non si può accettare che Marco sia morto o, meglio, che sia stato fatto morire. Lui resterà sempre nel ricordo delle persone anche di quelle che, come me, non l’hanno “vissuto”. Ma attraverso il ricordo di qualcun altro sono riuscite a vederlo in sella, mentre si levava la bandana e andava, come il vento, solo, in fuga.

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