Chris Froome e il doping alla Vuelta di Spagna 2017: il corridore britannico beccato con il doppio del livello di salbutamolo consentito nelle urine, rischia una lunga squalifica. Intervista a Nino Costantino, esperto medico anti doping della Federazione Medico Sportiva Italiana

Il clamoroso caso di Chris Froome, beccato alla Vuelta di Spagna con il doppio del livello di salbutamolo consentito nelle urine, ha riportato sulle copertine di tutti i giornali del mondo la triste realtà del doping del ciclismo: un problema di cui troppo spesso ci dimentichiamo. A prescindere dal singolo caso di Froome, quest’episodio scoperchia un mondo infernale che alcuni addetti ai lavori hanno più volte provato a raccontare senza raccogliere la dovuta attenzione. Il libro di Danilo Di Luca, “Bestie da vittorie“, apre gli occhi anche a chi ancora vuole fare finta di nulla eppure, con massicce dosi di ipocrisia, si continua a giustificare tutto con alibi a volte talmente tanto ridicoli che persino un bambino delle elementari che non ha fatto i compiti riuscirebbe a fare di meglio.

Bradley Wiggins
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Partiamo dall’asma. Chris Froome è solo l’ultimo ciclista di successo asmatico: prima di lui ricordiamo altri famosissimi corridori del calibro di Miguel Indurain, Tony Rominger, Alex Zülle, Jan Ullrich, Igor González de Galdeano, Óscar Pereiro, e Bradley Wiggins (anche lui britannico, anche lui del Team Sky come Froome) affetti dalla stessa malattia. Praticamente tra Indurain, Ullrich, Pereiro, WigginsFroome abbiamo 12 Tour de France degli ultimi 20 assegnati, che sono stati vinti da corridori asmatici. Parliamo del 60%. Eppure a livello mondiale appena il 4% della popolazione soffre di asma. In Italia siamo leggermente sotto il 5% mentre negli Stati Uniti d’America il dato cresce fino all’8% per i picchi elevati nelle zone ad alto tasso di inquinamento. Proprio l’inquinamento atmosferico, infatti, sta facendo aumentare il numero di persone asmatiche nel mondo, che rimangono comunque il 4% della popolazione mondiale secondo il The Global Ashtma Report 2014.

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Eppure in alcuni sport individuali di fatica e resistenza, in cui la quantità di ossigeno che si riesce a portare nei polmoni diventa fondamentale per ottenere migliori performance sportive (ciclismo, nuoto, triathlon, sci di fondo) abbiamo un 20% di corridori asmatici. E’ evidente che c’è qualcosa che non torna. Tutti gli asmatici sono ciclisti, o tutti i ciclisti sono asmatici? Gli asmatici (quelli veri) si sentono offesi e presi in giro: tanti giovani con questo problema, infatti, hanno dovuto abbandonare il sogno della loro vita proprio perché inconciliabile con la loro malattia. E oltre al danno devono subire anche la beffa di pseudo-campioni pluri-vincitori giustificare l’utilizzo di sostanze illecite proprio con la diagnosi di una malattia, addirittura volersi trasformare il paladini social-democratici dei malati “che hanno diritto di correre e di vincere“.

Per capirne di più abbiamo intervistato un medico esperto del settore: Nino Costantino, DCO (Doping Control Officer) della FMSI (Federazione Medico Sportiva Italiana) che ai microfoni di SportFair, rispondendo alle nostre domande, innanzitutto chiarisce una cosa: “certo che il salbutamolo migliora le performance, non ci sono dubbi“. Già perchè dopo il caso Froome qualcuno ha anche avuto il coraggio di scrivere che questa sostanza serve solo a curare l’asma ma non apporta benefici alle performance sportive. “Il salbutamolo – spiega Costantinoè un broncodilatatore, quindi apporta maggior ossigeno nei polmoni. E l’ossigeno è il principale carburante per i muscoli di un atleta. Ha un effetto immediato e la Wada ha imposto dei limiti molto rigidi sul suo utilizzo, per consentire ai corridori asmatici di correre alla pari con gli altri ma per evitare che qualcuno ne possa approfittare“.

Fino al caso Petacchi, i limiti erano addirittura più bassi. Poi furono alzati a mille nanogrammi di residuo nelle urine, proprio per togliere ogni dubbio sul fatto che oltre quella soglia si trattasse di doping. Un atleta asmatico assumendo 800 microcrammi di salbutamolo ogni 12 ore, per un massimo di 1.600 al giorno, è pienamente nelle condizioni di correre alla pari con gli altri. E il residuo massimo consentito in nanogrammi di traccia nelle urine è, appunto, di mille. Froome è stato beccato con 2.000 nanogrammi nelle urine, quindi quel giorno aveva assunto 3.200 microgrammi di questa sostanza. Guarda caso, proprio quel giorno aveva guadagnato oltre 20 secondi su Nibali riprendendosi magicamente dalla crisi della tappa precedente, dove lo Squalo gli aveva inflitto quasi un minuto avvicinandosi “pericolosamente” alla maglia rossa.

Nino Costantino ci spiega che “le leggi e i controlli anti doping sono prima di tutto basati sull’esigenza di tutelare la salute dei corridori, e successivamente anche per garantire il leale svolgimento delle competizioni sportive“. Proprio per questo l’UCI ha intrapreso il percorso per il Passaporto Biologico, che consente di monitorare e tracciare i valori di salute di ogni atleta evidenziando eventuali anomalie. L’Istituto Superiore della Sanità di Roma sta facendo la revisione del passaporto biologico, ma intanto bisogna lavorare sull’approccio culturale nei confronti del doping per evitare che si possano ripetere episodi non solo spiacevoli per lo sport, ma anche pericolosissimi per la salute dei corridori.

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La realtà di alcuni sport di fatica individuali come il ciclismo, è molto peggio di qualsiasi immaginazione. I report dalle corse dilettantistiche sono drammatici. Quello del doping non è un problema esclusivamente legato al mondo del professionismo. Lo stesso Costantino ci spiega che “per diventare professionisti conta soltanto il palmarès, quindi c’è il rischio che la competizione per le vittorie giovanili sia addirittura più agguerrita rispetto a quella professionistica. Perchè se sei professionista, puoi anche considerarti arrivato. Se invece sogni di fare il ciclista ma ancora non lo sei, devi vincere tante gare per diventare professionista. Ed è proprio alle età più giovani che si consumano tragedie terribili, anche perché ci sono meno controlli e meno tutele rispetto agli effetti collaterali di questi farmaci sulla salute degli atleti“.

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A proposito dell’asma, i dubbi sono moltissimi. Un sistema che andrebbe completamente rivisto, perché se i numeri dei ciclisti asmatici sono così anomali significa che ci sono delle falle nelle certificazioni della diagnosi di asma. E se molti ciclisti importanti, vincitori di Tour de France, asseriscono di avere diagnosticato l’asma sin da ragazzini, “certamente potrebbero avere l’asma davvero oppure si potrebbe ipotizzare un sistema talmente tanto malato, fatto da gente senza scrupoli che già in età adolescenziale quando individua potenziali campioni attiva l’iter per avere determinate diagnosi affinché possano nel corso della successiva carriera utilizzare quei farmaci che migliorano le performance sportive e che vengono ammessi esclusivamente per gli atleti malati” conclude Costantino.

Una realtà drammatica, di fronte a cui abbassare la testa sarebbe un delitto imperdonabile.

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