La promessa al padre e il cerchio della vita, ‘Giamba’ Venditti a SportFair: “il rugby va rifondato. L’Haka degli All Blacks? Percepivo le loro sensazioni”

Giovanbattista Venditti si è raccontato ai microfoni di SportFair, soffermandosi sui problemi del rugby e rivelando i motivi che lo hanno spinto a lasciare il professionismo

SportFair

Il cerchio della vita. Una melodia di Ivana Spagna, ma anche la colonna sonora della carriera di Giovanbattista Venditti, tornato a fine carriera lì dove tutto era cominciato. La maglia del Rugby Avezzano indossata a distanza di 15 anni dalla prima volta per un solo scopo: restituire un pizzico di quanto ricevuto dalla squadra della sua città.

Venditti
Foto di Angelo Carconi / Ansa

Partito nel 2006 dall’Abruzzo, ‘Giamba’ si è costruito mattoncino dopo mattoncino la sua carriera, difendendo i colori degli Aironi in Celtic League, dei Newcastle Falcons in Premiership e nelle Zebre in Pro 14. Una carriera spruzzata 44 volte d’azzurro, ossia i caps collezionati con la maglia della Nazionale Italiana di rugby, conditi da otto mete realizzate di cui una rimasta iconica contro il Sudafrica nel 2016. Ricordi indelebili che Giamba ha messo nel cassetto, concentrando la propria vita su altri scopi ma tenendo sempre puntato il proprio interesse sul mondo del rugby che, senza dubbio, ha contribuito a farlo diventare l’uomo che è adesso. Lo ha confermato ai microfoni di SportFair, nel corso di un’intervista carica di spunti e di retroscena…

Domenica l’ItalRugby chiuderà il Sei Nazioni 2021 contro la Scozia, ossia l’ultima squadra sconfitta dagli azzurri nel febbraio del 2015. Secondo te cosa è mancato in questi anni alla nostra Nazionale per compiere quello step fondamentale per giocarsi la vittoria con le avversarie?

Da persona che è stata dentro al sistema, penso che non sia una questione causata da un singolo aspetto, sono tante piccole cose che non sono andate al loro posto. Diciamo che se vogliamo partire da lontano, il problema principale è quello della formazione. Giochiamo sempre contro squadre che hanno Federazioni professionistiche, che possiedono alle spalle un movimento consolidato. Il percorso che compiono i loro ragazzi è diverso da quello che seguono i giovani italiani. Da loro iniziano a scuola a giocare a rugby, dunque tutti i bambini cominciano da piccoli a conoscere la palla ovale. Dopodiché è normale che ci sia chi si appassiona, chi invece guarda oltre. Tutti però sanno cosa sia il rugby e tutti l’hanno provato. Poi incide anche il numero dei praticanti, la cultura e la conoscenza che c’è di questo sport. Il primo problema però secondo me è la formazione“.

Nel dicembre 2019 avevi deciso di lasciare il rugby, nonostante fossi nel pieno della maturità agonistica. Perché hai preso quella decisione? Da cosa è stata dettata?

Foto di Facundo Arrizabalaga / Ansa

Fin da piccolino, come mio padre ben sa, avevo detto che avrei giocato fino a 30 anni e poi avrei smesso. Non so bene perché avevo fatto questa promessa, ma avevo deciso di giocare fino a quell’età non solo perché ero curioso di sapere cosa mi aspettasse dopo il ritiro, ma anche per decidere cosa fare della mia vita a un’età relativamente giovane. Quando sono arrivato vicino ai 30 anni, mi sono accorto che il rugby non mi generava più la stessa passione di prima. Ovviamente la priorità è sempre stata la mia famiglia, ma il mio sport aveva un ruolo speciale nella mia vita. Era un lavoro che mi consentiva di dar da mangiare alla mia famiglia, ma anche una passione. Quando ho capito che stavo togliendo tempo ai miei cari per una cosa che non mi rendeva più felice, allora ho deciso di smettere“.

La nostalgia del rugby si è fatta sentire fin da subito e hai deciso di tornare a giocare vestendo la maglia della tua città, cosa ti ha spinto a rimettere gli scarpini?

Foto di Sean Dempsey / Ansa

E’ stata una scelta di cuore, io ho giocato ad altissimo livello praticando rugby a livello professionistico, invece adesso ho deciso di abbracciare un mondo amatoriale. L’Avezzano Rugby milita in Serie B e non c’è nessun giocatore che viene pagato, quindi la gente gioca per il piacere di stare insieme. Siccome mi piaceva il pensiero di poter restituire qualcosa alla squadra della mia città che mi ha fatto innamorare di questo sport, allora ho deciso di tornare intendendola come la chiusura del cerchio perfetta: finisco dove tutto è iniziato.

Tu con la maglia dell’Italia hai sfidato gli All Blacks, cosa passa per la testa di un loro avversario durante la Haka?

Foto di Darren Pateman / Ansa

Io sono cresciuto con il mito degli All Blacks, da piccolino sapevo l’Haka a memoria. Quando li ho affrontati per la prima volta nel novembre del 2012 mi è sembrato quasi un dejà-vu, ho avvertito la sensazione di aver vissuto quel momento tante volte nonostante fosse la prima. Più che le mie sensazioni, ho percepito le loro: non è una semplice danza propiziatoria, ho visto proprio negli occhi quanto fosse importante per loro l’Haka, intesa come gesti e suoni. E’ stato molto bello, perché quando credi in profondità a qualcosa, il messaggio arriva forte e chiaro“.

Nel 2017 ti sei laureato in Scienze della Nutrizione, è stato complicato dividersi tra gli impegni agonistici e lo studio?

Se dicessi che è stato facile mentirei, ma non è stato nemmeno difficilissimo perché se ci si organizza il tempo si trova sempre. E’ stato un periodo comunque duro, perché tra i viaggi internazionali con la Nazionale Italiana, le partite con il club e i bambini è stato complicato, soprattutto in occasione delle sessioni pre-esame. Non toglievo tempo al rugby e nemmeno ai miei figli, le mie finestre di studio erano al mattino presto prima che tutti si svegliassero e prima di andare a letto quando tutti dormivano“.

Marzio Innocenti è stato eletto di recente nuovo presidente della FIR, come giudichi questa elezione? E’ il profilo giusto per questo ruolo?

Sono contento del cambiamento. E’ chiaro che tutti questi risultati negativi non derivino del presidente uscente, ma è il sistema che va rifondato. E’ chiaro che chi è alla guida di un movimento è il primo responsabile, questo il mio modo di pensare. Più sei in alto e più è responsabilità tua ciò che accade. Questo cambiamento però ci voleva, negli ultimi anni stava venendo a mancare la passione e la speranza. Quando vedi i giocatori che vanno al campo spenti e i tifosi che maturano la consapevolezza che la propria squadra sia condannata alla sconfitta, in quel momento stai ammazzando lo sport. Questa capacità di sognare sabato l’ho sentita, io ero alle elezioni come votante e ho percepito la speranza rinnovata di tante società“.

Allargando il campo al mondo dello sport in generale, secondo te Valentina Vezzali è la persona giusta per ricoprire l’incarico di Sottosegretario?

Foto di Adam Warzawa/ Ansa

Io non so se lei sia la persona giusta, so che ha tantissima voglia di sistemare un mondo che va sistemato. Lo sport italiano rappresenta in grande ciò che sta succedendo al rugby, i problemi sono gli stessi: dai tifosi ai valori che si sono persi, fino al problema della formazione. Quando io mi son laureato non l’ho fatto perché volevo fare il nutrizionista, ma perché ero curioso di conoscere di più l’alimentazione di un atleta. Quando ho finito il percorso universitario, sono rimasto ammaliato dalla gestione sportiva e di tutto quello che c’è fuori dal campo. Mi son messo a studiare anche tutto questo. Per cui, gli atleti che tolgono gli scarpini e poi vanno subito a ricoprire ruoli importanti mi lasciano perplesso. Non è però il caso di Valentina Vezzali, penso che sarà una persona che darà molto lustro allo sport e ricoprirà alla grande quella posizione“.

Martin Castrogiovanni ha iniziato una carriera nel mondo della tv italiana, a te piacerebbe partecipare a qualche programma televisivo (reality compreso?)

Qualche anno fa sarei stato più chiaro nella risposta, ma ho capito che nella vita non bisogna mai dire mai. Le condizioni cambiano molto velocemente, ma per adesso quello della tv non è un mondo che mi interessa. Mi piace utilizzare i social perché è un ottimo modo per rimanere connessi con le persone, a volte anche parole di completi sconosciuti mi sono state d’aiuto in determinate situazioni, strappandomi anche qualche lacrima. Avere questo tipo di rapporti sui social è bello, ti restituisce tanto. Per ora però la strada televisiva non è il mio mondo, mi sto concentrando sulla mia formazione per essere utile fuori dal campo al rugby e allo sport in generale“.