Libia: il lungo sequestro dei pescatori, ‘rinchiusi in celle buie, umiliati e vessati’/Adnkronos

Mazara del Vallo (Trapani), 18 dic. (Adnkronos) – (dall’inviata Elvira Terranova) – Rinchiusi per settimane in celle piccole, umide, buie. Con cibo “scadente e immangiabile” consegnato “al buio per non vedere cosa ci fosse nel piatto”. Settimane di “umiliazioni, vessazioni, violenze psicologiche”, per fortuna non fisiche. “Siamo stati trattati come se fossimo terroristi, abbiamo avuto paura di non farcela”. La voce di Pietro Marrone, il Comandante del peschereccio ‘Medinea’ arriva forte via radio. Si trova in alto mare, sulla via del ritorno per Mazara del Vallo. E racconta, per la prima volta, i 108 giorni di sequestro e carcerazione in Libia. A parlare con lui è l’armatore, Marco Marrone, che in questi tre mesi non ha mai perso la speranza.
L’appuntamento è alle 7.30 a bordo del peschereccio Aristeus, ormeggiato al porto di Mazara del Vallo. L’armatore del ‘Medinea’, dopo un iniziale problema tecnico, riesce finalmente a contattare via radio il suo comandante, Pietro Marrone, che in quel momento si trova ancora a 440 miglia di distanza. La velocità di coricera è di 9 nodi e l’arrivo a Mazara del Vallo è previsto per domenica pomeriggio.
La voce del comandante non sembra provata. Ma il racconto fa venire i brividi. “Pensavamo di non farcela – racconta all’armatore che ascolta in silenzio- sono stati tre mesi pesantissimi. Ci hanno fatto cambiare quattro prigioni. E una di queste su trova sottoterra al buio. Ci passavano il cibo al buio da una grata e non sapevamo nemmeno cosa fosse”. A tratti la voce si incrina. Quando l’armatore Marco Marrone – ma i due non sono parenti- gli dice che la mamma del comandante, Rosetta Ingargiola, ha lottato coma una leonessa. A 74 anni non ha mai mollato. Si emozione Pietro, ma subito si riprende e continua il suo racconto all’armatore: “Ci hanno trattato da terroristi- dice -mancavano solo le botte, per il resto ci hanno umiliato, abbiamo subito violenza psicologica”. E ricorda che “non c’è mai stato nessun processo”. “Ci tenevano in una gabbia – racconta- dopo averci divisi”. Sì perché i tunisini e gli italiani sono stati messi in carceri diverse. “Ci siamo potuti riabbracciare solo dopo 70 giorni – dice – e stato un momento emozionante”.