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Il Coronavirus sta mettendo in ginocchio il mondo intero, costringendo tutte le Nazioni ad adottare misure drastiche per ridurre il contagio. Da rispettare ci sono le solite norme da sempre ripetute dagli scienziati, ma adesso è emerso che per proteggersi dalle forme più gravi del Covid-19 serve un buon sonno. Lo ha ammesso a Gazzetta Active il professor Luigi Ferini Strambi, ordinario di Neurologia, Università Vita-Salute San Raffaele e direttore del Centro di Medicina del Sonno dell’IRCCS Ospedale San Raffaele Turro, Milano.

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Questa la sua analisi: “se andiamo a considerare qual è il disturbo più frequentemente riportato dai pazienti Covid in fase acuta in ambito neurologico e psichiatrico troviamo la insonnia, riportata da oltre il 40% dei pazienti. Anche in fase post infezione, quando si è ormai negativi, è il disturbo che rimane più di frequente, presente in oltre il 60% dei casi. Quindi questa malattia va a caratterizzare sia la fase acuta sia la fase riabilitativa. Il fatto di avere un cattivo sonno è associato ad una più difficile recupero per quanto riguarda la linfopenia, ovvero la scarsità di linfociti, uno dei grossi problemi di malati di Covid. Chi ha un cattivo sonno tende a recuperare molto più lentamente. I linfociti si normalizzano molto più lentamente nei cattivi dormitori. Uno studio condotto in Cina ha mostrato che tra i malati Covid ricoverati in terapia intensiva nessuno di loro era un buon dormitore, mentre il 12% era cattivo dormitore. Quindi il fatto di essere un cattivo dormitore peggiora la prognosi“.

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Le conseguenze di un cattivo sonno, riguardano anche la durata del Coronavirus: “osservando la durata totale della degenza ospedaliera, infatti, è emerso che i cattivi dormitori avevano in media avuto bisogno di 33 giorni di degenza ospedaliera rispetto ai 25 giorni dei buoni dormitori. Si può dire che il buon sonno abbassa l’intensità della malattia”.