Roma, 16 ott. (Adnkronos Salute) – Colpiscono ogni anno circa 2 miliardi di persone nel mondo e rappresentano la seconda causa più comune di morte nei bambini al di sotto dei 5 anni, la maggior parte dei quali nei Paesi emergenti (dati Sige). Sono le infezioni gastrointestinali (virali, batteriche o parassitarie), il cui principale pericolo è rappresentato dalla disidratazione. La gran parte dei casi si risolve in 3-5 giorni, tuttavia negli ambienti sanitari e in particolari popolazioni (neonati/bambini piccoli, pazienti immunocompromessi o anziani) queste infezioni possono avere un decorso clinico più grave fino al decesso. Fondamentali diagnosi rapida, trattamento appropriato e misure per il controllo dell’infezione: utilizzo di acqua incontaminata e buone pratiche igieniche, lavarsi le mani, proteggersi la bocca in caso di tosse, utilizzare gel disinfettanti.
E di infezioni gastrointestinali, anche in tempo di Covid-19, si è parlato in occasione del 26° Congresso nazionale sulle malattie digestive (quest’anno online causa pandemia), promosso dalla Federazione italiana società malattie apparato digerente e che ha visto la partecipazione anche della Società italiana di gastroenterologia ed endoscopia digestiva (Sige). “Attualmente – spiega Edoardo Vincenzo Savarino, professore associato all’Università degli Studi di Padova nonché consigliere della Sige – non vi sono dati a sostegno di un ruolo favorente dell’infezione da Covid-19 sull’incidenza delle gastroenteriti infettive. Vi è però un dato allarmante che riguarda lo stesso Sars-Cov-2 e la sua interazione con l’ospite. Alcuni studi evidenziano come il virus possa localizzarsi a livello del tratto gastroenterico, ove risiederebbe per un tempo anche maggiore rispetto a quanto non avvenga nelle vie respiratorie”.
“è stato visto che è possibile isolare il virus nelle feci di soggetti infetti, anche a distanza di 4 settimane dalla negativizzazione del tampone oro-faringeo. La localizzazione gastrointestinale del Covid-19 favorirebbe due eventi: da un lato la comparsa di sintomi quali la diarrea (nel 7% dei pazienti positivi), la nausea (nel 12-15% dei pazienti positivi) e una maggiore severità dell’infezione sistemica; dall’altro potrebbe favorire la trasmissione oro-fecale dello stesso. Per tale ragione la gestione del materiale biologico dei pazienti infetti dovrebbe essere considerata con cautela e i soggetti positivi dovrebbero attenersi alle corrette misure igieniche per ridurre il rischio di trasmissione”.
“Tornando alle gastroenteriti infettive, l’utilizzo di acqua incontaminata e l’uso di buone pratiche igieniche sono fondamentali per la riduzione dei tassi di infezione e degli episodi di gastroenterite. Misure personali del tutto simili a quelle che stiamo adottando per l’infezione da Covid-19 (come ad esempio lavarsi spesso le mani, proteggersi la bocca, usare soluzioni alcoliche per le mani) si sono dimostrate utili nel ridurre fino al 30% i tassi di incidenza e prevalenza delle gastroenteriti. Anche nei Paesi emergenti”, ha detto.
Ma sebbene non si registrino aggravamenti o interazioni legati al Covid-19, le infezioni gastrointestinali rappresentano un serio problema sanitario nel mondo. “Causano la gastroenterite, un’infiammazione del tratto gastrointestinale che può coinvolgere lo stomaco, l’intestino tenue e il colon ‘ sottolinea il gastroenterologo – I sintomi includono diarrea, nausea, inappetenza, malessere generale, vomito, febbre e dolore addominale. La trasmissione avviene generalmente attraverso cibi non correttamente conservati e preparati, acqua contaminata e, più raramente, tramite il contatto diretto con soggetti infetti o la condivisione di oggetti personali. Nei paesi industrializzati come l’Italia, la gastroenterite ha un’incidenza di circa 1,2-1,9 episodi a persona ogni anno, con maggior frequenza per i soggetti molto giovani e un picco stagionale nei mesi invernali, soprattutto a causa delle infezioni virali, mentre la mortalità riguarda in particolare gli anziani con più di 70 anni di età”.
Tra le cause, gli agenti di origini virali (Rotavirus, Noro, Adeno) batteriche (Campylobacterjejuni, Clostridium difficile, E. coli, Helicobacterpylori, Salmonella) e parassitarie (Giardia lamblia, Cryptosporidium e l’Entamoebahistolytica). “Nei bambini ‘ ricorda Savarino – la maggior parte dei casi è dovuta a infezione da Rotavirus, responsabile di circa il 70% dei casi, mentre Norovirus e Adenovirus (circa il 15%) sono meno frequenti. Negli adulti, tra i virus abbiamo il Norwalk e il Rotavirus, mentre il Campylobacterjejuni è la causa principale di gastroenterite batterica (212.064 isolamenti in Europa, dati European Food Safety Authority 2012), soprattutto in conseguenza di ingestione di pollame contaminato. Altre infezioni batteriche comuni, nel bambino come nell’adulto, sono l’infezione da Salmonella (99.020 isolamenti in Europa, dati EFsa 2012), Shigella, Escherichia coli e Yersinia, la cui trasmissione avviene principalmente per via oro-fecale (cibo contaminato)”.
“Anche l’infezione da Helicobacterpylori, responsabile della gastrite, è molto comune nella popolazione pediatrica e adulta italiana, presentando la stessa via principale d trasmissione, ovvero quelle oro-fecale. Infine tra le cause batteriche è importante segnalare l’infezione da Clostridium difficile, soprattutto negli anziani, nei soggetti immunodepressi e in coloro che si sottopongono a terapie antibiotiche prolungate. In particolare, si segnala che l’assunzione di farmaci antiacidi (inibitori della pompa protonica) e l’ospedalizzazione prolungata sembrano aumentare il rischio di infezione da Clostridium difficile”.
Cosa fare alla comparsa dei primi sintomi? “Visto che la maggior parte dei casi di diarrea acuta è autolimitante (diarrea lieve o moderata di durata in genere non superiore a 3-5 giorni) non è necessario procedere con accertamenti diagnostici microbiologici ‘ è il consiglio di Savarino – Negli altri casi, invece, la diagnosi si effettua attraverso test di laboratorio, usati per la coltura o rilievo degli antigeni da campioni di feci. Le tecniche di real-time Pcr consentono di identificare e differenziare simultaneamente tra patogeni gastrointestinali virali, batterici e parassitici. Menzione a parte merita il Clostridium difficile, un bacillo sporigeno e gram positivo, la cui diagnosi prevede il dosaggio delle 2 esotossine da lui prodotte: la tossina A e la tossina B. Infine, la diagnosi di infezione da Helicobacterpylori, un batterio spiriforme che vive nel muco del tratto digestivo umano ed è presente in circa metà della popolazione mondiale, può avvenire mediante identificazione diretta su biopsie gastriche dopo gastroscopia, dosaggio dell’antigene fecale o con un semplice test del respiro”.
Il trattamento di riferimento nei pazienti che presentano lieve o moderata disidratazione è la terapia di reidratazione orale. “L’assunzione di antiemetici può risultare utile in soggetti che presentano nausea e vomito severo, mentre antispastici possono essere utili nel trattamento del dolore addominale. Alcuni probiotici (es. lattobacilli) si sono dimostrati utili nel ridurre sia la durata dei sintomi che la loro gravità. Gli antibiotici sono solitamente usati per il trattamento delle forme batteriche severe, in particolare quando compaiono febbre, sangue nelle feci e compromissione sistemica. Negli ultimi anni, diversi passi avanti sono stati fatti nello sviluppo di superantibiotici in grado di sconfiggere le resistenze. Accanto a questi nuovi antibiotici, il cui costo è però molto elevato, misure alternative di trattamento delle infezioni si sono sviluppate, come nel caso dell’infezione da Clostridium difficile e del trapianto fecale. Questo ha letteralmente rivoluzionato la gestione dell’infezione severa da Clostridium difficile, in quanto più efficace e sicuro”.