vanessa bryant
Tommaso Boddi/Getty Images

Intervistato ai microfoni di una radio newyorkese, Iman Shumpert ha raccontato il primo ricordo della sua carriera legato alla figura del compianto Kobe Bryant. Era il 10 febbraio del 2012, quando la giovane guardia in maglia Knicks disputò una bella partita contro Kobe prima che nel quarto periodo di gioco il ‘Black Mamba’ si accendesse: mi ricordo di avergli rubato un paio di volte il pallone e già nel terzo quarto nella mia testa mi dicevo: ‘Quando ne parlerò a mio fratello gli ricorderò di quando ho rubato il pallone, di come glielo ho strappato prima che tirasse, di come sono andato a canestro contro di lui e ho schiacciato’. Non stavo pensando ad altro, ero carichissimo, quasi un’esperienza extracorporea: eravamo al Garden, la gente impazzita, avevo su le mie scarpe personalizzate, c’era la ‘Linsanity’.

Poi è cominciato il quarto periodo, Kobe mi si è avvicinato e mi ha detto: ‘Hai giocato bene oggi, giovane’. Io ci sono rimasto. Ho guardato il cronometro e ho detto: ‘Mancano 12 minuti, di cosa stai parlando? Non hai detto niente per tutta la partita!’. Io invece non ero mai stato zitto un secondo, gli ho detto di tutto quando gli ho rubato il pallone. Lui niente. Poi è cominciato il quarto periodo: finta, finta, palla al tabellone, passaggio in angolo al volo e canestro. Io ci sono rimasto tipo: ‘Bro ma ti sei acceso? Eri stato tranquillo per tutta la partita!’. Poi è andato in uno dei suoi posti preferiti e ha fatto un altro canestro, poi ha segnato da tre in controtempo costringendoci a chiamare timeout quando pensavamo di aver già vinto. Sono tornato in panchina, ho guardato Mike D’Antoni e gli ho detto ‘Non so cosa farci, ci ho provato’”.