Formolo
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La sera telefona alla suocera che lavora nel reparto di pneumologia dell’ospedale Borgo Trento di Verona, un momento complicato in cui i dolori affiorano e la tristezza per le vittime lo assale. Per questo motivo Davide Formolo ha deciso di aderire alle iniziative di Cipollini e Bugno, per dare il proprio sostegno all’Italia in questo difficile periodo.

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Doug Pensinger/Getty Images

Il veronese campione italiano ha raccontato la sua esperienza ai microfoni della Gazzetta dello Sport, rivelando come sta vivendo la sua quarantena: “mi sono trasformato in Mastro fornaio: mi piace fare cose nuove, pane, focaccia. Un po’ di scalini per muovere le gambe, un po’ di rulli, un’ora e mezzo, ginnastica. Anche se i rulli non ti danno tanta emozione. Siamo professionisti, non dobbiamo prendere peso. Ma quando vedi le bare che vengono portate con i camion militari, come fai a pensare di tornare a correre? Siamo in guerra, anche se senza armi“.

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Formolo ha poi raccontato cosa è avvenuto durante l’UAE Tour: “la squadra è sempre stata chiarissima: priorità alla salute, non ci interessa che vinciate le corse, ma che, tornando a casa, non contagiate le vostre famiglie e rendiate la situazione peggiore. Quando abbiamo fatto il primo tampone, dopo la quinta tappa della corsa, eravamo tutti negativi. Poi al secondo tampone qualcuno non lo era più, e ci è caduto il mondo addosso. Inizi a vedere le persone con le mascherine, le ambulanze, l’ossigeno: sì, è venuta la ‘strizza’ a tutti. Perché lo sport non c’entrava più nulla, era qualcosa di molto più serio”.

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Per fortuna, Formolo non è mai risultato positivo: “nemmeno una linea di febbre. Sono tornato a casa dopo il secondo tampone negativo a distanza di 24 ore. Ti crei mille castelli in aria, e poi crolla tutto. Siamo sempre stati seguiti molto bene, dagli organizzatori di Rcs alle autorità degli Emirati. Ci hanno trattato con i guanti. Sono stato in autoisolamento per 15 giorni in hotel, per fortuna c’era un bel terrazzino e facevo i rulli all’aria aperta. Ma a un certo punto ero diventato nervoso, letto, rulli, letto. Ho cominciato a non rispondere più nemmeno a chi mi scriveva. Guardi la tv, vedi Bergamo: noi siamo professionisti che facciamo il massimo, abbiamo una mentalità molto competitiva, ma ti venivano in testa quelle immagini, e capivi che le priorità erano altre: pensi ai medici, agli infermieri che non potevano permettersi di stare a casa“.