Kobe Bryant
AP/LaPresse David J. Phillip

Il 26 gennaio 2020 segnerà per sempre una data triste nella storia dell’NBA. Una notizia sconvolgente, arrivata senza preavviso, con la puntualità di chi, come la morte, purtroppo non è mai in ritardo: Kobe Bryant non c’è più. Trovare le parole per descrivere quanto successo è difficile, anche per chi lo fa di mestiere. Dopo un respiro profondo, ci proviamo.

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Parlare al passato di Kobe Bryant, in questo momento, è impossibile. Forse non sarà mai corretto. Non ‘chi è stato’, ma ‘chi è Kobe Bryant’, cosa rappresenta per il mondo NBA e per la storia dello sport americano. Nato a Philadelphia, vissuto in Italia per qualche anno mentre il padre giocava a Pistoia, Rieti, Reggio Calabria e Reggio Emilia, Kobe ha sviluppato l’amore per la palla a spicchi nel nostro Paese. Negli USA poi le giovanili nella Lower Merion High School e il salto in NBA. Tredicesima scelta degli Hornets, talentuoso ma poco avvezzo al gioco di squadra e molto egoista diranno gli scout. Girato subito ai Lakers con i quali passerà 20 anni di carriera dal 1996 al 2016.

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Allo Staples Center inizia la leggenda colorata di giallo e di viola. Prima il numero 8, poi il 24 diventato un simbolo, indossato da tutti i ragazzini amanti del basket fra le due decadi degli anni 2000. Ai Lakers ritorna la gloria dello ‘Showtime’, Kobe si prende 5 anelli, 2 MVP delle Finals e uno della regular season. Bacchetta Sahquille O’Neal sui chili di troppo, urla a Dwight Howard di essere troppo ‘soft’ per stare al suo fianco. Con lui non si scherza mica. Perfezionista, maniaco del lavoro, competitivo oltre ogni limite: urla prima contro i suoi compagni che non vede impegnarsi e poi sputa un po’ di trash talking anche sugli avversari, che non fa mai male.

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Si autonomina ‘Black Mamba’ dopo aver visto ‘Kill Bill Volume 2’, gli piace essere associato ad un animale velenoso e letale, come le sue giocate che lo porteranno ad essere il 4° miglior realizzatore di sempre nella lega, superato nella notte da LeBron James. A tal proposito due numeri: 81, i punti segnati contro i Raptors nel 2006; 60 quelli nella partita d’addio contro i Jazz il 13 aprile 2016. Realizzatore d’elite. Ma non solo: anche ottimo difensore, leader, mito e papà di 4 figlie. Lascia il basket dopo un Farewell Tour passato con il ghiaccio e le fasciature su tutto il corpo durante e dopo ogni gara. ‘Dear Basketball’, la lettera d’addio al gioco, diventa un cortometraggio e vince l’Oscar.

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Una leggenda per lo sport americano che lo ha visto vincere anche due ori olimpici con la Nazionale. Oltre le imprese sportive, Kobe Bryant lascia in eredità la sua ‘Mamba Mentality’, filosofia di pensiero che gli ha permesso di scrivere il suo nome nella storia dell’NBA. Lo sport che diventa passione ma anche ossessione. ‘Relentlessness’, la ricerca del successo fino allo sfinimento, poi l’importanza della resilienza nel superare le avversità e rialzarsi dopo ogni sconfitta. E la forza, quella di affrontare e superare le proprie paure. In questi 5 precetti c’è tutto Kobe Bryant: la bandiera dei Lakers, il ‘morso del Mamba’ che vince la partita, il giocatore, il padre e la persona. Oggi un incidente in elicottero lo ha portato via, ma Kobe Bryant è una leggeda e le leggende vivono per sempre.

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